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IL SUD E LA BASILICATA FRENANO

Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 9/11/2018

09/11/2018

Aggiusta il tiro il Rapporto Svimez 2018. Racconta il Sud con i suoi numeri -  come è consuetudine - e i numeri, illustrati dal Direttore Luca Bianchi, parlano di una brusca frenata dell’economia, dopo un paio di anni di debole ripresa. All’economia, tuttavia, si aggiunge una lettura sociologica: la società meridionale appare indebolita in un Mezzogiorno, che non aggancia gli effetti positivi della ripresa economica. Lucani, molisani, calabresi e così gli altri, scontano la maggiore precarietà sul lavoro, che diminuisce, l’emigrazione, che raggiunge la dimensione di un’emorragia, mentre le aree di povertà si dilatano.

“Che disastro!”-  ha commentato un alto magistrato, già presidente della Corte dei Conti,  seduto accanto a me nel salone della Regina alla Camera. “Dobbiamo essere ottimisti, invece” - gli ho sussurrato io all’orecchio. “Perché?” – mi ha guardato, stupito -  perché vanno intercettati i segnali, per quanto modesti, di un cambiamento possibile, se interviene buona politica e soprattutto se questo Sud, da vent’anni almeno in una irragionevole solitudine – come ha scritto in un bel libro Giuseppe Soriero -  continua a esprimere la sua enorme capacità di tenuta e soprattutto la sua resilienza in una prospettiva, che può legarsi ad un’Europa mediterranea più forte.  

E il Presidente di Svimez, Adriano Giannola, proprio su questo ha insistito. In Italia serve sviluppo, la crescita non basta, scontiamo una stagnazione che dura dal 1992, né si può continuare ad aumentare il deficit pubblico in assenza di investimenti. Non può esserci un reddito di cittadinanza senza diritti di cittadinanza, dunque meno assistenzialismo e più servizi.  Noi, donne e uomini del Sud non possiamo non porci la necessità di investimenti più efficaci e più efficienti, perché anche il rapporto di quest’anno ci dice che gli investimenti privati tengono (+0,8 nel Mezzogiorno; +1,3 nel Centro-Nord), dove è rimasto attivo un tessuto di imprese industriali in grado di cogliere le sfide dei mercati.  E’ vero che manca l’apporto del settore pubblico, con un deficit di capacità amministrativa oramai conclamata, che comporta ritardi smisurati nell’impiego dei fondi strutturali; è vero che è in rosso la spesa della Pubblica Amministrazione, ma il Sud contribuisce al Pil del Nord con il suo risparmio, con il suo capitale umano, e riesce a dare valore ad ogni euro speso per lo sviluppo, anzi, quasi lo raddoppia.  E’ stato infatti calcolato che 1 Euro investito al Sud genera 1,84 Euro di prodotto.

Che non si ripetano allora i soliti errori del Sud, né continuino ad esserci classi dirigenti senza classe, né capacità dirigenti. Bisogna attrezzarsi per reagire, è stato ribadito al tavolo Svimez. L’eventuale incremento dello spread (ovvero il rapporto tra bund tedeschi e bond italiani) sarebbe deleterio nel Mezzogiorno in assenza di politiche espansive. Che si punti sulla logistica, sulle energie, sulla riqualificazione dei centri urbani grandi e piccoli, soprattutto, che si dia lo spazio che serve alle Zone ad Economia Speciale, con meno burocrazia e una gestione funzionale delle risorse.

Non si può continuare ad assistere impotenti ad un mercato del lavoro sempre più precario (-34 mila contratti a tempo indeterminato nei primi sei mesi del 2018) e al part-time involontario (+80% al Sud contro il 58% al Centro-Nord) mentre i flussi migratori dal Sud verso il Nord sfiorano le 800 mila unità in 14 anni ovvero oltre 50 mila emigranti all’anno.

Centrale, dunque deve tornare la formazione dei giovani e il sistema scolastico nel suo insieme per qualificare l’inserimento lavorativo nei territori. Da una parte, infatti, si sconta l’abbandono scolastico, che riguarda soprattutto le studentesse, dopo la terza media, dall’altra si svuotano le università, che hanno perso l’appeal culturale, connaturato un tempo ai prestigiosi atenei del Sud. Vanno trovate soluzioni: studenti del mediterraneo per le Università del Mezzogiorno? Facoltà innovative? L’Innovazione come motore agevolato di sviluppo?

In fine, benché di primaria importanza, la questione dell’autonomia rafforzata o asimmetrica tra le Regioni, prevista dall’art. 116, comma 3, della Costituzione, che non può non collocarsi in una visione armonica all’interno di un quadro normativo definito. Non sarebbe, altrimenti, una modifica surrettizia della stessa Costituzione? La Lombardia o l’Emilia Romagna, che parlano di avanzo primario e di residuo fiscale, sanno benissimo che gli interessi sul debito italiano masticano queste risorse e le digeriscono. Non resta niente. Ricordando dunque Adolfo Morante e Pasquale Saraceno, tra i fondatori di Svimez, uno del Nord, l’altro del Sud: per lo sviluppo bisogna unirsi. Politiche di segno contrario non giovano al Paese. Alla Svimez ha fatto eco la voce della Cassa Depositi e Prestiti, disponibile a finanziare nuovi progetti.  “Ha ragione, non sarà facile, ma serve ottimismo” - alla fine, anche il mio vicino in sala ne ha convenuto. Ci siamo stretti la mano e ne abbiamo sorriso.

in foto un momento della presentazione del rapporto Svimez