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Internet accelera

25/10/2013

Internet accelera. Lo dicono tutti o almeno tutti lo percepiscono. Sono in pochi però a capire, che non è in gioco il futuro, ma già il presente. Gli oggetti digitali si moltiplicano ad un ritmo frenetico e così le applicazioni, in un mercato che muove investimenti colossali, che sta cambiando la mappa dei poteri, dove cambiano le strategie della comunicazione ed è cambiata la stessa fisiologica libertà della Rete, sempre di più un reticolo di cellule studiate al microscopio, che possono portare evoluzione, ma anche impazzire.

E’ il nostro tempo. Ma rispetto a questo cambiamento epocale dovrebbe essere logico attrezzarsi e interrogarsi seriamente sui vantaggi e sui rischi. (lo facciamo?!)

Non è come ai tempi dei luddisti, nel secolo scorso, che ritenevano giusto distruggere i telai a vapore o della osannata invenzione dei caratteri mobili di Gutenberg, mezzo millennio prima. A differenza delle tante fasi di passaggio che hanno accompagnato la storia degli uomini, infatti, questa volta abbiamo dinanzi uno spazio sconosciuto, in apparenza illimitato. Intorno a noi, c’è una realtà che perde progressivamente i suoi contorni, perché è interamente pensata e riprodotta in una dimensione virtuale.

Personalmente, non appartengo alla schiera dei tecno-entusiasti e nemmeno dei tecno-idealisti, già che ritengo, comunque errato limitarsi all’aspetto tecnologico. A mio avviso, l’era digitale si fonda sull’equivoco, che poi è sempre lo stesso nell’evoluzione dell’uomo, del senso della tecnologia, lo strumento che  la rende possibile e che insieme la esprime. Per la stessa ragione, prendo le distanze anche dai tecno-critici, sostenitori del generalizzato abbassamento del livello culturale per assenza di selezione nell’offerta digitale o addirittura del rischio disumanizzazione e impoverimento, che la Rete porterebbe con sé.

Semplicemente, credo che vada valorizzata la portata di ciò che stiamo vivendo, pur rispettando la profonda intuizione di Mc Luhan sul determinismo tecnologico, ovvero sull’influenza dei mezzi sulla società e dunque del cambiamento che gli stessi mezzi impongono sulla mentalità e sui contenuti.

Sono convinta che potremmo vivere una grande irripetibile rivoluzione culturale, costruendo la consapevolezza, che manca.

Come si fa a non rimanere sbalorditi dall’offerta straordinaria di contenuti che troviamo sul web! Abbiamo a portata di mano o meglio sulla punta delle dita che scorrono veloci sui t-screen  e presto sugli holo-t-screen o sui tasti delle stampanti 3D e poi con  comandi vocali o visivi, una fonte inesauribile di energia. Il XXI secolo ha il suo petrolio: è il sapere.

Poniamoci però qualche domanda.

E’ mai stato libero e massificato l’accesso al mondo della conoscenza? E’ mai stato gratuito? I sistemi politici e sociali l’hanno mai considerato un traguardo?  Anche nelle democrazie più evolute del nostro tempo, si alzano gli steccati del reddito e delle appartenenze, dove le eccezioni sono tollerate perché assolvono il sistema. Nei paesi in via di sviluppo, l’alfabetizzazione diventa un obiettivo strategico, perché tanto non si arriverà molto lontano da quella soglia. Nei regimi, è la propaganda che declina la conoscenza.

La portata della digitalizzazione del sapere, estesa alla possibilità per ciascuno di immettere il proprio, trasferendo il suo expertise, preservando conoscenze e mestieri, può essere dunque dirompente. E dirompenti possono essere gli effetti sulle democrazie sia in termini attivi che passivi. Con una platea straordinaria e senza mediazioni, ciascuno può autoproporsi e proporre nuove idee per nuovi progetti e nuove soluzioni per il lavoro, in più, si può spostare una massa critica su obiettivi politici e sociali.

Perché allora ci si concentra sulle derive della globalizzazione? Sulla vanità dei social? Sull’aggressività del mercato?

Una prima osservazione, perfino banale, è che il digital divide si arena sulla tecnologia, perché manca una cultura digitale. 

I più giovani, che sono i principali fruitori della Rete, non riescono ad utilizzarla al meglio per apprendere e per sviluppare conoscenza o per trarne vantaggi economici, per difetto di cultura di base; i meno giovani, che non hanno un rapporto naturale con la tecnologia e ne sono solo in parte fruitori, si attardano sulle polemiche e per pigrizia non approdano al sapere digitale, né alle opportunità economiche. In sostanza, ciascuno si tiene il suo deficit e subisce il cambiamento, invece di cavalcarlo.

Il nostro paese, ancora ai margini dell’era digitale rispetto alle Silicon Valley indiane o americane e in ritardo nella rete delle infrastrutture, (facendo il paragone con l’Europa) potrebbe allora prestarsi ad un test straordinario, perché straordinaria è l’Italia.

Perché non calcolare l’incidenza del sapere sullo sviluppo? Oppure, declinando ulteriormente il concetto: perché non verificare se e come un progetto di diffusione della cultura digitale contribuirebbe alla crescita del paese?

Serve un’alfabetizzazione digitale, perché come in tutti i percorsi bisogna cominciare da l’a,b,c, puntando a raggiungere la consapevolezza delle straordinarie opportunità che potremmo cogliere, in una realtà  impoverita e trascurata, ma forte dei suoi saperi, ovvero forte della sua ricchezza.  In Italia, questo progetto si potrebbe realizzare nella sinergia delle istituzioni e delle aziende di servizio pubblico. Dal mio osservatorio di RaiNet, dico: prima di tutto della Rai.

Perché ne parlo in una sede delle web-tv italiane? Dunque ad un target privato e ramificato sul territorio? Perché anche in questo ambito e in pochissimo tempo il panorama è cambiato e gioverebbe un aiuto per cavalcare il cambiamento. Sono nate nuove web- tv nell’ambito della pubblica amministrazione, sempre di più nelle grandi aziende, nelle università, nel settore dell’associazionismo, ma altre non ce l’hanno fatta. Per tutte, credo, sia diventato urgente il bisogno di una maggiore qualità della comunicazione, degli obiettivi e dei servizi tecnologici con la possibilità, naturalmente, di raggiungere una platea più vasta. 

Serve una domanda forte e dal basso che solleciti l’offerta di cultura digitale e la sensibilità di chi può sostenerla.

Il sapere è il petrolio del XXI secolo, sarebbe ora di lasciare ai barbari il passato.

da Altratv il sito delle WebTv italiane