firma
Il sacrificio degli innocenti, quando Aldo Moro scrisse alla direzione del suo partito.

In questa terza puntata sul caso Moro, dettata dal dovere della memoria, senza alcuna pretesa di completezza, ma nel rispetto dei fatti conosciuti e di correlazioni evidenti (peraltro trascurate) lasceremo parlare Moro, usando le parole da lui scritte.

«I carnefici non raccontano mai nulla». Lo pensò Italo Calvino, narratore poliedrico, civilmente impegnato, tra i più incisivi del Novecento, e lo scrisse sul Corriere della Sera il 18 maggio del 1978. Moro era morto da nove giorni. Tutto finito. Tutto finito?! Calvino rifletteva sulla perdita irrecuperabile di un testimone e dei dialoghi tra lo statista e i suoi carcerieri nei giorni del sequestro. Si era appena rappresentata la tragedia del potere che aveva travolto un uomo politico della statura di Aldo Moro, convinto di un cambiamento necessario nella vita politica italiana, nel segno dell’inclusione politica, con al centro la persona e non la ragion di Stato. Appariva ancora più lontana quella democrazia compiuta che avrebbe potuto garantire una condizione di autonomia al nostro paese, palude di trame occulte e di interessi americani come dell’Est, creando una barriera efficace all’opacità, che continua a marcare la vita politica italiana. Eppure, nei circa cinquant’anni che sono trascorsi da un caso di smisurata ferocia, coltivato nell’ipocrisia, si sono moltiplicate le riflessioni, i commenti, le analisi, le ricostruzioni. Articoli su Articoli. Libri su Libri. Inchieste su Inchieste. E da ultimo, la magistratura torna ad occuparsene, con la riapertura delle indagini disposte dal gup di Roma, Francesco Patrono.

In questa terza puntata sul caso Moro, dettata dal dovere della memoria, senza alcuna pretesa di completezza, ma nel rispetto dei fatti conosciuti e di correlazioni evidenti (peraltro trascurate) lasceremo parlare Moro, usando le parole da lui scritte, che all’epoca si vollero screditare. Ha ragione Calvino a rammaricarsi di quanto si sia irrimediabilmente perduto, tuttavia, la verità bisogna continuare a cercarla, nell’imperativo della giustizia, utile alla Storia. Chissà che chi non abbia mai parlato, tra i pochi protagonisti di quel tempo ancora in vita, non decida di farlo «in extremis», quale atto di restituzione. Inoltre – suggerisce chi scrive – sarebbe meraviglioso creare una squadra di investigatori digitatali, coordinata da una regia storico-giuridica, attingendo alle opportunità, ieri inesistenti, offerte dall’ intelligenza artificiale, che renda possibili connessioni preziose nella disordinata galassia delle fonti, che si è arricchita comunque di continuo. Considerando, tra l’altro, che le informazioni disponibili su internet sono articolatissime e spesso in contraddizione (grazie soprattutto ai lavori delle commissioni parlamentari d’inchiesta, in particolare della Commissione Moro2) mentre nei «compendi ufficiali» e nella «verità giudiziaria» si ripete la stanca e oramai discutibile retorica di un’azione terroristica voluta e realizzata esclusivamente dalle Brigate Rosse.

Riprendiamo il filo. Secondo i dati noti, Moro scrisse più di quattrocento pagine manoscritte (in parte fotocopiate, altre dattiloscritte senza firma) per complessivi 97 messaggi, lettere, biglietti, indirizzati ai familiari, ai politici, alle istituzioni, al Papa, oltre ai fogli che composero il celebre memoriale, su cui permangono dubbi di incompletezza e di parziale autenticità. Il materiale, reso pubblico in frammenti, in altra parte recapitato ai destinatari che non lo pubblicizzarono, fu ritrovato in larga parte nel covo milanese delle BR, in via Montenevoso (furono rinvenute anche armi e documenti vari) in due momenti: nel 1978 e nel 1990. Sempre nel 1978, proprio il 18 aprile, a Roma, in modo fortunoso (una perdita d’acqua in un appartamento al civico 96, che aveva reso necessario l’intervento dei vigili del fuoco) fu scoperto il covo di via Gradoli.

Un covo che era stato segnalato da una vicina, addirittura già due giorni dopo l’agguato di via Fani (il 16 marzo), per «il singolare ticchettio» di una macchina da scrivere, che proveniva dall’interno. Gli agenti giunti sul posto, però, dopo aver cortesemente bussato, si fermarono dinanzi alla porta chiusa. Se l’avessero aperta, avrebbero trovato le armi spianate di Mario Moretti, il capo del commando BR (si è detto nelle altre puntate dei sospetti che lo riguardavano, un probabile infiltrato dei servizi di intelligence, nazionali e internazionali), che lo aveva affittato sotto falso nome e della brigatista Barbara Balzerani, sua compagna anche nella vita. Entrambi lo avrebbero usato durante il sequestro, quale centrale operativa per redigere i comunicati numerati che sarebbero stati diffusi, messi su carta con una stampante RUS, proveniente dal SISMI (i servizi militari), in dotazione appunto al Raggruppamento Servizi Esercito. Solo venti anni dopo esatti (maggio 1998) si scoprirà (fonte: documenti riservati firmati dall’allora capo della Polizia, Fernando Masone) che l’appartamento al civico 96 di via Gradoli si trovava all’interno di una serie di immobili di proprietà dei servizi segreti civili ovvero del Ministero dell’Interno, all’epoca di Moro, retto da Francesco Cossiga. Dunque, immobili della stessa Polizia. I controlli c’erano pur stati, importava che fossero accurati?

Altro depistaggio relativo a via Gradoli, favorito dallo stesso Ministero dell’Interno, dopo una seduta spiritica (idea quantomeno curiosa), intervenuta ai primi dell’aprile 1978. Grazie al piattino che indicava le lettere disposte su un tavolo, intorno al quale erano seduti diversi professori universitari e le loro mogli, era emersa l’indicazione del covo: GRADOLI. Ma piuttosto che sulla via romana, i controlli erano stati dirottottati verso uno sperduto paesino di mille anime in provincia di Viterbo. Sarebbe intervenuta, allora,quasi due settimane dopo, l’utile perdita d’acqua in via Gradoli 96. Rimaniamo alla data del 18 di aprile, con i brigatisti «fuiti» (avvisati?). Sulla base del documento n.7, diffuso dalle BR, si indicava il lago della Duchessa (provincia di Rieti) come il luogo dove sarebbe stato trovato il cadavere di Moro. Un comunicato del tutto falso, costruito ad arte, che il ministro dell’interno, Francesco Cossiga avrebbe preso alla lettera, ordinando ricerche approfondite.

Si continuarono così a praticane fori in un lago ghiacciato per cercare un corpo che non poteva essere lì (mancava qualsiasi impronta sulla neve intorno). Uno spreco di tempo che si aggiungeva agli sprechi già intervenuti, nel poco tempo che restava per tentatare di individuare Moro e … salvarlo? (pochi giorni dopo, il corpo dello statista sarebbe stato trovato nella Renault 4 rossa in via Caetani.)

«Mi indirizzo ancora una volta a te, come qualche giorno fa. Siamo quasi all’ora zero: mancano più secondi, che minuti…che delusione! .... in questa vicenda, la più grande e gravida di conseguenze, che da anni abbia attraversato la DC, non sappiamo nulla o quasi…si introduce la pena di morte in un paese civile come il nostro…». Le parole riportate appartengono alla terza lettera scritta da Moro a Benigno Zaccagnini, segretario della DC, nell’arco di oltre 40 giorni dal sequestro. Leggerle, nel testo manoscritto, offerto alle emozioni di chiunque voglia vivere il privilegio di un momento diretto, quasi fisico, vicino a un uomo che soffre, spalancano l’abisso dei 55 giorni di prigionia dello statista. Straordinario il lavoro di Miguel Gotor, saggista, politico, storico, che ha collazionato il materiale allora disponibile, restituendogli l’ordine cronologico utile a seguire l’evolversi dei fatti in un’esegesi puntuale.

Moro sapeva. Non soltanto perché aveva accesso a «canali di ritorno», ma perché era lucidamente, consapevole dei meccanismi interni al suo partito, come delle logiche di governo, delle gerarchie istituzionali, politiche, militari, religiose (il Vaticano) edotto anche dell’esistenza della P2 di Gelli, delle spinte eversive di destra e di sinistra, dell’ipoteca americana, delle dinamiche delle intelligence nazionale e internazionali, eccetera. Moro sapeva che lo spazio per una qualsivoglia trattativa (politica o religiosa) era ridotto per la pervicace resistenza del «suo» partito, dove i suoi «amici» rappresentavano un’esigua minoranza sia all’interno della direzione, sia nella compagine di governo, nelle mani invece di Cossiga e soprattutto di Andreotti, interpreti della ragion di Stato o se si vuole delle ragioni esterne allo Stato. Eppure, il prigioniero si ostinava a crederci, a cercare quello spazio, nel nome dei propri affetti, ma anche per l’oggettiva possibilità di una soluzione positiva, che non sarebbe stata la prima, né l’ultima. «Il sacrificio degli innocenti, nel nome di un’astratto principio di legalità, è inammissibile» – aveva scritto nell’unica lettera inviata a Cossiga. E poi: «siate indipendenti, non guardate al domani, ma al dopodomani». Ancora, rivolgendosi a tutta la direzione del partito: «Non avete avuto il coraggio civile di aprire un dibattito per la salvezza di una vita umana» - nei 55 giorni del sequestro, la linea della fermezza, scelta da Andreotti, condivisa da larga parte del Pci, respinta invece dai socialisti (forse troppo tardi), si spiegò, per non legittimare il terrorismo - Tuttavia, perchè il Parlamento non fu mai convocato? E dinanzi alla chiara e progressiva strategia di delegittimazione dei suoi scritti – si disse – sicuramente sotto la coercizione dei brigatisti – lui mette nero su bianco: «…non ho subito costrizioni, non sono drogato, questo è il mio stile, per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia ...non sono un altro, non merito di non essere perso sul serio…». Definisce poi «iniqua e ingrata» la sentenza della DC. «Per questa ragione, per questa evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né autorità dello Stato, né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi, che mi hanno veramente voluto bene e che sono degni, perciò, di accompagnarmi con la preghiera e con il loro amore». (24 aprile 1978). Mancano 15 giorni all’esecuzione. Carlo Bo, allora rettore dell’Università di Urbino, il 9 maggio 1979, in occasione del primo anniversario, pubblica l’articolo: «Delitto d’abbandono». Perché e come precipita la situazione? Le Brigate Rosse (almeno una parte) avevano deciso, alla fine, di salvare la vita di Moro?

Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 22 agosto 2026

Scroll to Top