firma
HÄndel e Trump, la musica che cambia la Storia tra inganni e disinganni

Nella domenica post-Ferragosto non escono i giornali. È un vuoto, perché aiutano a pensare. Ma le notizie di oggi sembrano le stesse del giorno prima e del giorno prima ancora: i fronti di guerra in Ucraina e in Medioriente, infuocati come le temperature; la cronaca impregnata di violenza, la tragedia dei migranti abusata, l’imperialismo americano non più silente ma apertamente dichiarato; gli anniversari (incontri, accordi, assetti politici disumanizzanti – vedi l’Afghanistan) in un mondo, che ha dimenticato il dovere della pace.

In più, nel vuoto - citando Hanna Arendt - del «dovere supremo della politica di custodire lo spazio della libertà». Inoltre, negli effetti collaterali dell’Intelligenza artificiale, che cristallizza le false notizie perfette, accelera le diseguaglianze, lasciando agli algoritmi il compito di cancellare ciò che resta dell’etica e della responsabilità. Le reazioni di pessimismo o di rassegnazione di fronte al contesto sono comprensibili. Ma servono a qualcosa?

L’accostamento è azzardato, eppure viene in mente un’opera di Frederich Händel, anzi, il suo capolavoro giovanile Il trionfo del tempo e del disinganno, titolo, che in età matura il compositore tedesco avrebbe modificato ne Il trionfo del tempo e della verità. Un’opera potente, quasi un massaggio per le emozioni, il tema: l’effimero cede al tempo. Si era agli inizi del Settecento (1707), cominciava un’epoca di profonde crisi geopolitiche, di guerre egemoniche e dinastiche. Dopo la morte del compositore, sarebbero arrivate le rivoluzioni. Händel, che non aveva fatto in tempo a viverle, esprimeva tuttavia la sua totale fiducia nell’umanità, capace di rinnovarsi e di migliorarsi. Nel passare degli anni, ma anche dei decenni o dei secoli, la verità avrebbe svelato l’inganno: sull’apparenza ibrida avrebbero vinto i fatti. Un nuovo ciclo sarebbe cominciato. Händel non poteva conoscere la guerra ibrida che oggi viviamo, dove si mischiano attacchi militari, informatici, sabotaggi e disinformazione per raggiungere a qualsiasi costo il dominio. Conosceva però il senso dell’effimero, sapeva che, dopo il trionfo, sarebbe cominciato il declino. All’ascolto, le sue note restano straordinarie, non sarebbe velleitario mutuare il significato della sua opera, tra leggerezze cromatiche e solennità barocche.

Torniamo allora ai fatti, il più delle volte mistificati, nell’enormità evidente invece del numero delle vittime e delle conseguenze geopolitiche generate. Nella giornata di Ferragosto, Trump ha dichiarato che lo stretto di Hormuz presto sarà territorio americano.

Sembra un’iperbole, dopo le decine di dichiarazioni contraddittorie uscite dalla sua bocca, eppure potrebbe nascondere un inganno. L’uomo è un giocatore spregiudicato.

La strozzatura del Golfo Persico tra le coste iraniane e omanite, ostruito dalla guerra scatenata all’Iran dal tycoon su istigazione di Netanyahu, non ha solo le oramai note conseguenze globali sul costo del petrolio e dunque sui commerci, sulle borse, sulla vita quotidiana di chiunque, nel sistema che esalta le risorse energetiche fossili di cui Trump è il super-testimonial, di fatto, sta contribuendo ad ingigantire la figura del presidente americano tra i paesi alleati e i suoi nemici, dilatando anche lo spazio del possibile (nuove alleanze, più marcate dipendenze, ulteriori fratture). Chi, se non lui, può cambiare il corso degli eventi? E lui si porta avanti.

Usa la carota e il bastone. Una sua scelta oggi imprevedibile, che sia micro o macro, crea comunque il caos, avvicinandolo però alla conquista del banco. Nel vicino Medioriente, dinanzi alle aggressioni dei coloni che da giorni assediano due famiglie palestinesi a Qusra, vicino Nablus, in Cisgiordania, con la copertura sfacciata dell’esercito israeliano, negando acqua, cibo, elettricità, nonostante la presenza di numerosi bambini, l’ambasciatore di Trump in Israele, il pastore battista repubblicano, Mike Huckabee, ha adoperato la parola terrorismo (termine sdoganato per la prima volta con riferimento agli israeliani), definendo la condotta dei coloni «ripugnante».

Ma Trump ha mai condannato l’aggressiva politica colonialista di Netanyahu? Anzi, secondo indiscrezioni pubblicate dall’Associated Press e dal Financial Times, sarebbero in corso contatti esplorativi da parte di Washington e di Tel Aviv, per la deportazione dei palestinesi in Africa.

Trattative con il Somaliland e la stessa Somalia per accogliere i palestinesi, in cambio di vantaggi economici e militari. La cosiddetta «migrazione volontaria» di cui pure si era parlato. E in Groenlandia? Lontano dal clamore mediatico, una compagnia texana, vicina al presidente, ha scaricato tutto ciò che serve alla trivellazione di pozzi di petrolio, benché il governo locale abbia negato qualsiasi permesso. E in Messico? Sulla frontiera con gli Stati Uniti, che con enfasi Trump definisce «la più pericolosa al mondo», stanno procedendo a ritmo serrato i nuovi lavori per l’estensione dell’immenso muro nero tra i due paesi.

E in Venezuela? Maduro resta in carcere, ma per la reggente amica di Trump, la Delcy Rodriguez, appena un mese fa il Dipartimento di Stato US ha chiesto l’immunità fintantochè rimarrà in carica. Cuba? L’isola è sotto ricatto da mesi, priva di energia, di beni di prima necessità, attraversata da troppe presenze sospette, militari e intelligence, consapevole che la morsa americana si sta stringendo. Ma l’Afghanistan? L’amministrazione della Casa Bianca l’ha esclusa da qualsiasi aiuto, dopo cinque anni di governo talebano, che hanno cancellato la presenza delle donne dalla società, in un un clima di terrore quotidiano. A Trump la questione afgana non interessa: i talebani sono lontani, possono impunemente proseguire ciò che stanno facendo. Ma non era stato proprio lui nel suo primo mandato ad ordinare il ritiro dei marines dopo venti anni di propaganda di guerra, provocando caos incontrollabile, ritorsioni e vittime? Il paese, base storica di organizzazioni terroristiche, rimane un buco nero, senza riconoscimento internazionale. C’è una sola eccezione: la Russia di Putin, che nel luglio scorso ha posto fine, con un trattato, all’isolamento di Kabul. Era in cantiere l’attesissimo vertice di Anchorage, fissato proprio per Ferragosto in Alesca.

Una pantomima imbarazzante. Trump e Putin si erano incontrati per legittimarsi a vicenda, forti della loro amicizia di vecchia data. L’Ucraina, lacerata dalla guerra, che avrebbe potuto trovare un nuovo inizio? Nel risiko mondiale a firma Trump, sulle sponde del Dnepr, si può ancora attendere.

Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 17 agosto 2026

Scroll to Top