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Guerre della disinformazione e diritto internazionale violato: all’Onu Trump vota con i russi

Diventa sempre più difficile distinguere il vero dal falso nelle guerre in corso, oramai, guerre della disinformazione, in un contesto segnato quotidianamente da attacchi ibridi, ovvero a tutto campo.

Diventa sempre più difficile distinguere il vero dal falso nelle guerre in corso, oramai, guerre della disinformazione, in un contesto segnato quotidianamente da attacchi ibridi, ovvero a tutto campo: contro obiettivi civili e militari a prescindere dalle aree di conflitto. Ma nei luoghi trascurati dalla copertura mediatica si muore come sempre, anzi più di sempre (leggi Gaza e la Cisgiordania) e si moltiplicano le violazioni sistematiche del diritto internazionale in una impotenza, indotta o deliberata, diventata incapace di agire politico, sempre più distante dall’ agire morale, senza la scusa della ragion di stato, semplicemente schiacciata dal monopolio della forza. Scorriamo almeno le notizie.

Nelle ultime ore, secondo fonti palestinesi, sarebbero stati uccisi altri quattro civili nei pressi del villaggio di al-Tell, noto sito archeologico palestinese, e pare sia stata data alle fiamme una moschea (forse due) dopo un’incursione armata dei coloni, seguìta dall’intervento dell’esercito israeliano l’IDF, che avrebbe aperto il fuoco anche nei pressi di altri tre insediamenti illegali, provocando ulteriori vittime civili palestinesi, oltre a due militari israeliani. Immediato il commento dall’ufficio del premier israeliano, Benjamin Netanyahu: «Agiremo contro i terroristi palestinesi e i loro mandanti e non permetteremo che il terrorismo alzi la testa in Giudea e Samaria (n.d.r Cisgiordania)». In aggiunta, il ministro della Difesa, Isaac Kanz ha parlato di accelerazione delle procedure di legalizzazione degli avamposti israeliani non autorizzati, nonchè della creazione di nuovi insediamenti (ne sono in programma 763) fino ad occupare interamente i territori palestinesi, mentre settanta civili o forse no, ottanta (le cifre per i palestinesi restano as usual imprecise) sono stati arrestati e tradotti nelle galere israeliane. Senza mezzi termini, il ministro Ben Gvir ha minacciato: la Cisgiordania «diventerà come Gaza».

Nel caos che aumenta, si rafforza l’equazione: palestinesi= terroristi, punto. A poco o nulla valgono gli appelli del Papa, delle organizzazioni umanitarie, delle Nazioni Unite. Il progetto Grande Israele non si arresta. Ma si può passare oltre? Si potranno mai cancellare le responsabilità, mentre, come è inevitabile, le tensioni dilagano? Sul fronte Iran, la guerra procede quasi fosse un elastico: si tira, si molla e sottotraccia si tratta. Dopo dodici notti consecutive di bombardamenti americani contro obiettivi militari (anche civili) iraniani, tra sabato e domenica le armi hanno taciuto, sia da una parte, sia dall’altra, che chiama «rappresaglia» la risposta armata. Il volume di fuoco è stato comunque altissimo. Eppure, se si prescinde dalle vittime, con le cifre esaltate dagli iraniani (57 civili in Iran e 200 soldati statunitensi tra le basi del Golfo e in Giordania) e sminuite dagli americani (18, poi ridotti a 14 i militari Us uccisi) gli effetti sull’andamento della guerra continuano a rimanere incerti. Washington spende troppo rispetto ai risultati, Teheran non mostra segni di cedimento.

Si vive nel caos nell’antico Regno del Leone. Non si hanno notizie della sorte della guida suprema, il figlio di Kamenei, ferito, dal marzo scorso subentrato al padre, forse trasferito fuori del paese; le autorità politiche ogni giorno se la battono con i Pasdaran, più feroci degli Ayatollah; la situazione economica è disastrosa. Tuttavia, gli iraniani proseguono nel conflitto e arrivano a minacciare di bombardamenti perfino il proprio territorio, qualora gli americani decidessero l’invasione della preziosa isola di Qeshm, roccaforte iraniana nello Stretto di Hormuz, tuttora chiuso. All’interno dell’asse della resistenza, decisi a fare la propria parte, restano soprattutto gli Huthi yemeniti e gli sciiti iracheni, con effetti devastanti sull’altro stretto strategico, quello di Bab el-Mandeb, porta del Mar Rosso. Potrebbe diventare decisiva la visita di oggi a Washington di Netanyahu? Il premier israeliano ha lasciato trapelare di disporre di informazioni di intelligence che dimostrerebbero l’accelerazione dei programmi nucleari iraniani. Ma la bomba mai provata, usata da Tel Aviv quale madre della minaccia che ha portato un’altra guerra, oggi è alla portata anche dei sauditi.

Nonostante il disappunto israeliano, quattro giorni fa, a sorpresa, proprio nelle mani del principe Mohammad bin Salman, il tycoon ha consegnato le chiavi di un inedito programma nucleare civile, che non esclude l’arricchimento dell’uranio e la produzione del plutonio sul proprio territorio, dunque, con possibili impieghi militari sauditi. Nessuna clausola di salvaguardia, pare, solo un accordo trentennale per decine di miliardi di dollari. La Casa Bianca si è affrettata a presentare l’intesa come una mossa d’anticipo per battere sul tempo i russi e i cinesi, che avrebbero voluto fare altrettanto. Per il sogno di totale supremazia israeliana, tuttavia, un brusco risveglio. E rispetto alla guerra contro l’Iran, propiziata da Netanyahu, come di fronte al deteriorarsi della situazione in Medioriente, la sensazione che Trump abbia scelto un’arma a doppio taglio.

Vale a dire, un deterrente e insieme un acceleratore. Cosa potrebbe offrire infatti a chi sembra capace di tenerlo in pugno, forse, con le armi del ricatto? Non far mancare il proprio appoggio ad Israele, anche contro l’Iran, nelle modalità possibili ovvero trattando per riaprire lo stretto di Hormuz, indispensabile all’economia globale, ma un OK immediato al sacrificio della causa palestinese. Solo un’ipotesi. Certo. Cinica, spregiudicata, in stile Trump, meno inadeguato forse di quanto appaia. Come leggere invece la notiza dell’attacco ucraino ad una nave iraniana nelle acque del Mar Caspio? Secondo le dichiarazioni del premier Zelensky, trasportava un carico militare tra Russia e Iran. Siamo arrivati all’intreccio delle guerre a prescindere dalle latitudini, nel gioco delle intelligence a tutto campo? I players, del resto, sono gli stessi: le grandi potenze e i terminali degli interessi regionali. Urge una buona notizia. A dispetto del no e delle minacce di Stati Uniti, dei russi, di Israele, dei nordcoreani, eccetera, in tutto 10 voti contrari in buina compagnia, a larghissima maggioranza (144 voti), l’Assemblea delle Nazioni Unite ha confermato ieri nell’incarico di Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU, Volker Tuerk. Austriaco, avvocato, voce forte contro la legge della forza, che colpisce i più deboli, sin dal suo primo mandato.

A proposito di Gaza, Tuerk ha sempre dichiarato: «La situazione resta catastrofica, qualsiasi soluzione deve basarsi su pari dignità e diritti». E dinanzi alle spinte suprematiste: «Una feroce competizione per il potere sta cambiando il mondo». Sei, invece, i candidati ufficiali al ruolo di Segretario generale delle Nazioni Unite, tra cui 4 donne. Trump ci aveva provato, proponendo addirittura il suo Gianni Infantino, buono per il calcio, come per la diplomazia. Non c’è da scherzare, anche se si può sempre sorridere di un paradosso. Sarà, forse, la volta buona per una donna.

Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 27 luglio 2026

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