I Mondiali americani del ‘26 saranno ricordati per aver unito il mondo, come ha proclamato con enfasi il presidente della FIFA, Gianni Infantino, o per averlo diviso, nel segno della partigianeria e celebrando il calcio dei ricchi?
Nella galassia dei social, come è costume si sono sprecati commenti di ogni ordine e grado. L’Argentina sarebbe stata favorita sin dal sorteggio iniziale e poi negli arbitraggi, anche in frasi giudicate ammiccanti, comunque sarebbe giunta a una finale, quella con la Spagna, che non contribuisce a rinfrescare la temperatura del pianeta.
Ma il match dei due mondi - come è stato definito - per le impostazioni calcistiche delle squadre, vincitrici dei rispettivi trofei continentali in Sudamerica e in Europa, è andato oltre, senza eufemismi mischiando lo sport alla politica: l’Argentina di Messi è diventata quella di Milei, mentre la Spagna di Jamal, si è ritrovata in Sanchez.
Da una parte, la dittatura del presidente con la motosega, contiguo agli Stati Uniti di Trump per linea politica, accordi economici e dipendenza finanziaria; dall’altra, l’unico grande paese europeo, da sette anni amministrato da un governo di sinistra. L’ultimo avamposto socialista in Europa (benchè oramai insediato dalle destre) apertamente critico nei confronti della politica MAGA della Casa Bianca, alternativo sulle migrazioni, per le quali ha scelto l’inclusione sociale, tra i pochi in Europa ad aver riconosciuto la Palestina.
Ma lo vedete Donald Trump sul tappeto verde a consegnare la Coppa Rimet agli spagnoli, mentre in tribuna il premier Pedro Sanchez e la famiglia reale completa di re, regina con le infanti si spellano le mani? Di sicuro, non sarebbe l’epilogo auspicato da Trump, che anche in occasione dei mondiali ha cercato la scena tutta per sé, andando ben oltre l’uso propagandistico della competizione, da sempre palcoscenico di alleanze e perfino di strategie di attacco, quando non è stato scelto il soft power, da parte ciascun paese che l’ha ospitata.
E se non sarà stato «il più grande evento sociale, umano e culturale che l’umanità abbia mai visto» - come nell’omaggio servile a Trump del solito Infantino, prono ai desiderata americani, anche nello show tipo Super Bowl introdotto nel bel mezzo della partita - rimarrà l’unico che in tempi di guerre irrisolte abbia conferito un premio FIFA per la pace al presidente americano più egolatra della storia di sempre, per risarcirlo dell’irraggiungibile Premio Nobel.
Intanto, però, chi risarcirà gli americani della politica sempre più aggressiva (sia sul piano interno, sia internazionale) e al tempo stesso sprecona oltre che inconcludente della Casa Bianca? Nel discorso alla Nazione del 17 luglio, il tycoon ha ufficialmente aperto la campagna elettorale in vista delle elezioni di midterm, dove al momento è dato per sconfitto.
Ha accusato la Cina di cyber-spionaggio (senza fornire alcuna prova), tornando a cavalcare la disinformazione per le elezioni perse a vantaggio di Byden nel 2020. «Accuse completamente false», ha chiosato Pechino. Dopo l’oltraggio di Capitol Hill nell gennaio del 2021, oggi, grazie all’impiego della famigerata ICE, la milizia al suo servizio, pare stia puntando di nuovo sulla strategia delle tensioni, utili ad avvelenare il clima intorno al voto, che lui considera a rischio. Ma nessuna prova di frode elettorale è stata accertata. Le indagini promosse dopo l’attacco al Congresso, istigato da Trump, avevano solo accompagnato nelle patrie galere almeno millecinquecento rivoltosi, con condanne per insurrezione, prevedendo un’immunità speciale al presidente.
Poi la grazia concessa da Trump, tra i primi atti del suo secondo mandato. Cosa potrebbere accadere ancora? Le accuse mosse dall’Ice contro oppositori e migranti finiscono in gran parte con sentenze di assoluzione o di archiviazione, mentre si parla di prove distrutte dagli agenti, accusati di eccessi di violenza. È accaduto nel Minnesota, dove due cittadini americani, un uomo e una donna, entrambi disarmati, sono morti per mano della milizia. L’ultima vittima nel Maine. Negativi anche i dati economici, con il lavoro che diminuisce e «il deficit commerciale, insieme ai dazi imposti, che impoveriranno gli americani e danneggeranno il resto del mondo». L’opinione è di Jeffrey Sachs, docente alla Columbia University, peraltro condivisa da molti altri economisti.
Se possibile più critica, la posizione di Trump a livello internazionale. Perché si è fatta la guerra contro l’Iran, che non rappresenta un pericolo per gli Stati Uniti d’America, che non ha la bomba e dove il regime è più forte di prima? «Una scelta necessaria per fermare la minaccia del terrorismo islamico» – con voce flebile lo ha spiegato Rudy Giuliani, ex-sindaco di New York - ma la chiave di lettura appare forzata. E lo stretto di Hormuz, di nuovo chiuso, con danni incalcolabili per i commerci e le forniture di petrolio? E gli attacchi che sono ripresi massicci su obiettivi militari e civili soprattutto nel sud dell’Iran, con morti e feriti e perfino contro le riserve idriche? Gli impianti di desalinizzazione dell’acqua marina, nel Medioriente perennemente assetato, sono preziosi quanto i campi di estrazione del greggio, per tacito accordo non erano stati mai toccati.
Dunque, costi sempre più alti, risultati modesti, l’ipoteca dell’alleato israeliano che diventa più pesante, benché lo stesso Natanyahu si ritrovi di fronte ad un appuntamento elettorale, che vede anche lui in calo nei sondaggi. Almeno in Israele, però, gli avversari del premier alla guida del paese da complessivi 16 anni, non promettono discontinuità.
Cambieranno i nomi non la politica: la strada del Grande Israele rimarrà aperta come l’occupazione inarrestabile della Cisgiordania, l’espansione nel Sud del Libano e in Siria, mentre negata a qualsiasi speranza, in una terra oramai di morti viventi, rimane Gaza.
Il peggio non finisce, dunque, nell’impotenza generale. A New York si giocherà solo una partita di calcio. Complimenti ai nuovi campioni del mondo.
Pubblicato sul La Gazzetta del Mezzogiorno del 20 luglio 2026
