«Il dialogo interreligioso, intanto, al momento è fermo» – ha ammesso Pizzaballa. In sostanza, si sarebbe creata una cesura tra i sentimenti della popolazione e gli apparati religiosi e civili.
Ci si abitua anche alla guerra, che si interrompe, riprende e oramai non finisce. Sui fronti mediorientali o sulle rive del fiume Dnepr in Ucraina, come nelle dimenticate savane africane. Ci si abitua anche agli show strabilianti che materializzano la forza dei regimi, a oriente come a occidente, transitando dalle celebrazioni durate giorni per un funerale, che ribadisce l’identità fondamentalista di un mondo arroccato sulla propria identità come l’Iran, piuttosto che per dell’anniversario della nascita di un grande paese quali gli Stati Uniti d’America, che tuttavia possono vantare un breve passato e un confuso presente.
Ma può accadere che in un quieto borgo di provincia, unico per la sua storia millenaria, nella bella Italia, in un pomeriggio assolato, il tempo si fermi in un lungo momento di spiritualità condiviso da tutti. È avvenuto a Norcia, in Umbria, nella giornata di sabato, dove per volontà del Comune, è nato il Premio Internazionale San Benedetto, conferito al Patriarca latino di Gerusalemme, Cardinale Pierbattista Pizzaballa, testimone da più di trent’anni del conflitto israelo-palestinese. Il porporato è un personaggio singolare. Imponente nell’aspetto, diretto nei modi, lo sguardo dritto dietro gli occhiali, una vena di sagace ironia nelle parole scelte con cura, la consapevolezza del senso della testimonianza, esaltata ma insieme misurata dall’abito che indossa, l’essenzialità di chi ogni giorno lontano dalle telecamere incontra il dolore e lo abbraccia.
Molto di più che una cornice, la presenza della comunità benedettina e dei monaci francescani nelle loro vite consacrate al pensiero illuminato dalla fede e alla scelta di un saio per contribuire alla pace. Bianchi, gli abitini dei bambini, come le loro voci, che hanno intonato un coro quasi angelico. Tra le antiche pietre di Norcia, ferite dal terremoto di dieci ani fa, risanate da un sapiente lavoro di restauro, che ha consentito la ripresa della vita sociale ed economica in un luogo mistico, si è vissuta in sostanza l’emozione di un’alternativa possibile al linguaggio delle armi e all’incalzare della violenza che offende i diritti. L’umanità sarà più forte se torna a credere in sé stessa. E proprio da qui è cominciata la conversazione con Sua Eminenza.
Il cardinale venti giorni fa era ritornato a Gaza, per la quinta volta. In quel che resta della striscia, ridotta di due terzi dopo l’occupazione israeliana, ogni accesso è interdetto. Preziosi dunque i suoi occhi. Senza mezzi termini, Pizzaballa ha parlato di una catastrofe. Manca qualsiasi aiuto umanitario, il cibo, l’acqua, non ci sono le medicine, i palestinesi sono ammassati sotto le tende lacere tra liquami di ogni genere e l’odore è forte, insopportabile. «Conosco quel tanfo – ho confermato - eppure lei ha visto ancora i bambini giocare. Quelle figurine lacere e sporche offrono a noi adulti un esempio straordinario di resilienza, sono la speranza del futuro. Cosa facciamo per loro? Quale futuro si può costruire se non ci si oppone alla politica fondamentalista e coloniale di Israele? Quale spazio resta al dialogo in cui lei confida?»
«Il dialogo interreligioso, intanto, al momento è fermo» – ha ammesso Pizzaballa. In sostanza, si sarebbe creata una cesura tra i sentimenti della popolazione e gli apparati religiosi e civili. Le comunità si sarebbero ripiegate su sé stesse, ostili ad ogni scambio. «Ma non c’è alternativa alla ricerca del dialogo – spiega - è diventato più difficile, i margini sono diventati più sottili, dobbiamo essere consapevoli che i tempi saranno lunghi. Forse né lei né io faremo in tempo a vedere la pace. Bisogna ricostruire la fiducia reciproca, i gesti o le decisioni estemporanee servono a poco. È indisp\ensabile l’impegno concreto».
Pronuncio il nome di Hussam Abu Safiya. Il cardinale lo conosce. «È un pediatra - dice - ha lavorato tanto per i bambini di Gaza, dirigeva l’ospedale Kamal Adwan, lo hanno arrestato».
Preciso che è avvenuto nel dicembre del 2024. Ricordiamo forse tutti l’immagine di quell’uomo in camice bianco, che si aggirava smarrito davanti a una distesa infinita di macerie. La notizia di oggi, pubblicata dal quotidiano libanese L’Orient les jours, è che sta morendo. Il figlio (in un anno e mezzo non ha mai potuto incontralo) lo ha saputo dal suo avvocato, che lo ha visto in carcere. Il dottor Abu Safiya, un uomo prestante di 52 anni, ha perso 30 chili ed è profondamente segnato dalle torture. Sottovoce, ha detto al legale che hanno deciso di ucciderlo. Come si può permettere, mentre formalmente esiste anche una tregua, questo ennesimo crimine ai danni di un civile, reo di aver salvato tante vite, accusato senza prove di aver fiancheggiato i miliziani di Hamas? Non dovrebbe esserci una mobilitazione sociale, politica e religiosa in suo nome?
Il cardinale risponde affaticato, quasi insofferente: «Le alleanze sono indispensabili, bisogna farle. Noi sui luoghi facciamo tutto quello che possiamo, che si mobiliti la stampa, che se ne parli. Non ci si può rassegnare». Vorrei parlare con lui di Cisgiordania, ma non ce il tempo. La posizione di Pizzaballa sul punto, del resto, è nota: «Per lasciare acceso il sogno di due popoli, due stati, la Cisgiordania deve rimanere all’amministrazione palestinese».
Benché - vada aggiunto - l’annessione di molti territori, su richiesta del governo, sono stata autorizzate con legge dal parlamento israeliano, che ha legalizzato da ultimo oltre cento insediamenti illegali dei coloni. Coloni che ogni giorno bruciano i raccolti dei contadini palestinesi e sradicano centinaia di piante di ulivo.
È giunto il momento della consegna del premio. Una scultura del maestro Andrea Roggi, molto bella: uno stormo di rondini che si invola da un pianeta squarciato. Il cardinale riceve anche una preziosa edizione della Regola di San Benedetto. Dopo un lunghissimo applauso, torna al suo posto, stringendo tra le mani il volume. Vedo, seduta al suo fianco, le lunghe dita che indugiano al tatto sulla pergamena. Su quelle pagine, incuranti dei millenni, è raccolta l’eredità spirituale del Santo, che ha contribuito alla creazione di una nuova civiltà fondata sull’equilibrio tra studio e azione, tra lavoro e spiritualità, tra fede e servizio. Patrono d’Europa. La vita può cambiare sempre. Anche oggi.
Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 13 luglio 2026
