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Nel caos generato da Trump, al vertice Nato si parlerà di potere ma non di diritti

Nell’ignoranza della Storia, si sta cancellando il senso dell’Alleanza, arrivando alla teoria orwelliana di poter cambiare i fatti quando non piacciono.

Cruciale. Strategico. Importantissimo. Questi gli aggettivi scelti in Europa per il vertice Nato, che da domani torna a svolgersi in Turchia, dopo 22 anni anni. Dall’appuntamento di Istambul nel 2004, però, è come ritrovarsi in un altro mondo. Sono cambiati i ruoli, i pesi, le priorità. L’Alleanza Atlatica, scudo e cifra dell’Occidente, a prescindere dalle proprie imperfezioni, era quel blocco coeso, che poteva giocare con il favore dei pronostici -i mondiali di calcio in corso suggeriscono la metafora- qualsiasi partita. Accadeva nelle regole, i falli erano puniti, si arrivava ai rigori. Premiava la tattica, pur imponenosi le individualità, per una vittoria che non poteva che essere di squadra. Si muovevano le emozioni le passioni. La partecipazione delle tifoserie, benchè partigiane, riconoscevano il valore degli avversari. Gli interessi, sempre sullo sfondo, avrebbero alla fine prevalso, ma il coraggio otteneva il rispetto, a prescindere dalla forza.

Oggi, invece? Il caos, generato dal presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, al suo secondo mandato, devastante per la svolta che ha imposto alle relazioni internazionali sul piano globale, in appena un anno e mezzo ha portato politiche muscolari, affaristiche e polarizzate, inadeguate ai tempi complessi dell’era digitale, che tocca affrontare, in un contesto tuttavia banalizzato e bugiardo. Nell’ignoranza della Storia, si sta cancellando il senso dell’Alleanza, arrivando alla teoria orwelliana di poter cambiare i fatti quando non piacciono (accade ogni giorno, più volte al giorno, grazie ai social) dove la dimensione tautologica (la verità per definizione, ma priva di contenuto) arriva all’enfasi, ma esclude il racconto.

Possibile che non ci sia una strada alternativa alla rincorsa continua del modello che tradisce ogni valore, imposto dal tycoon? Il recente G7 di Parigi ha dimostrato che «la strategia delle blandizie» ovvero la gentilezza che diventa omaggio addirittura regale, come nella cena alla corte di Versailles, organizzata soprattutto per Trump dal presidente Macron, ha durata breve, non funziona per appagare l’ego smisurato dell’americano, piuttosto contribuisce a dilatarlo. Se di vertice cruciale, strategico e importantissimo si tratta, bisognerà allora dimostrare al Presidente, che la Nato è un’alleanza più che mai funzionale all’interesse reciproco, politico e militare, del blocco occidentale sulla scena globale, al pari del mercato europeo, indispensabile a Washington, dazi compresi.

Che un’alleanza non si misura solo con le cifre della spesa per la difesa, modificabili a piacimento per decisione unilaterale, facendone impennare la posta. Che non è questa la strada per ottenere il consenso politico interno in vista dei prossimi appuntamenti elettorali in Europa come oltreoceano. Che il multilateralismo, combattuto con miopia da Trump, è oramai una cifra imprescindibile delle relazioni internazionali, in grado di costruire comunità d’interessi fino a ieri impensabili. E soprattutto, che per governare il mondo contano la saggezza politica e i valori, benché infiacchiti, di cui l’Europa ha mantenuto il primato e che dovrebbe continuare ad interpretare, forte del suo tessuto sociale, molto meglio degli Stati Uniti d’America. In sostanza, nel concerto dei propri leader, sicuramente migliori dell’euroburocrazia di Bruxelles,l’Europa dovrebbe raddrizzare la schiena, credere di pù in sé stessa e meritarsi il rispetto di Trump.

Il presidente, che continua istericamente a denigrare i paesi nella Nato, non ha mancato invece di elogiare l’omologo turco Recep Tayyip Erdogan, espressione da dieci anni ovvero dal golpe pilotato del 2016 di una politica sempre più autoritaria e illiberale, che sopprime ogni dissenso. Gli autocrati piacciono a Trump - è risaputo - e la sua simpatia in alcuni casi sfiora l’ammirazione. Ma non può essere questa la strada per difendere l’Alleanza transatlantica. Arrivare a promettere - come lui avrebbe lasciato intendere nel recente incontro con il Segretario Generale della Nato, Mark Rutte, in preparazione del vertice di Ankara - forniture militari di primo livello, come ad esempio i caccia F35 di ultima generazione, direttamente al governo turco, nella relativa affidabilità delle politiche di Erdogan, che esprimono gli interessi della Turchia in Medioriente, spesso in contrasto con gli interessi europei e americo-israeliani, sarebbe quanto meno azzardato. Lunga rimane anche la strada per le possibilità di adesione della Turchia all’Unione Europea, considerato lo standard in tema di diritti umani, espresso dal governo di Ankara, tuttora lontanissimo dai parametri ai quali deve attenersi Bruxelles.

Ma cosa accade quando non si può aprire il portone? Si aprono le finestre. Addirittura, gli euroburocrati si sono appesi alle maniglie senza ritegno. Giunti precipitosamente alla corte di Erdogan, nei giorrni scorsi, con in testa l’alta rappresentante pergli affari esteri e le politiche di sicurezza europea, la estone Kaja Kallas, hanno offerto al sultano un’affrettata proposta di collaborazione ulteriore non si capisce bene dettata da quale intento. Si può immaginare che Erdogan non ceda alle lusinghe di Trump trattenuto da piccoli vantaggi sui dossier sicurezza, difesa, energia, già in essere con l’Europa, oltre alle rassicurazioni inevitabili circa la continuità degli accordi sulla gestione dei migranti, confinati nei sordidi campi di detenzione, sparsi nelle aree più interne del paese? Il sultano avrà apprezzato la delicatezza dell’incontro, dove si è evitato con cura ogni accenno alle violazioni da parte turca dei diritti umani, con gli oppositori lasciati nelle carceri e le libertà democratiche al palo. Ma le reazioni della società non si sono fatte attendere, pefino in Turchia. Ancora una volta l’Europa ha sporcato la carta della credibilità.

La premessa non sembra delle migliori. Erdogan è tutt’altro che uno sciocco e assolutamente spregiudicato. Ha costruito il proprio ruolo nel Mediterraneo e nelle politiche del Golfo (recente, l’accordo di Maometto o STEP, che unisce Saudia, Turchia, Egitto e Pakistan in una sorta di Nato islamica, in risposte alle ambizioni di supremazia israelo-americane nell’area), grazie ai burocrati di Bruxelles ha la certezza di contare oramai sempre di più sul fronte ucraino. Del potere conseguito sta già abusando, con ipocrisia. Nei giorni scorsi, non certo per amore di giustizia, Ankara si era scagliata contro Israele rinnovando le accuse di genocidio. Vampate polemiche, funzionali agli interessi, ma pesanti le parole nell’assordante silenzio sulle macerie di Gaza. Forti le accuse contro il governo Netanyahu, atteso non dalle elezioni di autunno, ma da un tribunale. È arrivato a condividere le denunce dell’Onu sulla strage dei bambini palestinesi, uccisi deliberatamente dalle forze di sicurezza israeliane. Tel Aviv ha risposto ricordando il genocidio degli armeni operato dai Turchi, all’inizio del secolo scorso, quasi che un orrore potesse cancellare l’altro. E dinanzi all’orrore, resta il vezzo di un tiranno. Hanno superato quota 1000, i giorni trascorsi dal 7 ottobre 2023 ovvero dal sanguinoso pogrom di Hamas, abusato da Netanyahu per la soluzione finale della questione palestinese a vantaggio del Grande Israele. Nel vertice di Ankara si parlerà di armi, poteri e interessi, non di diritti. Quanto al futuro della Nato si vedrà.

Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 6 luglio 2026

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