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Le guerre, la diplomazia e quel «G7» di Evian che si staglia all’orizzonte

Nella politica frenetica e distratta che oggi esalta ciò deve apparire a prescindere dal suo valore, il G7, oramai cinquantenne, rischia di diventare irrilevante, se non troverà un colpo di scena

Il prossimo vertice del G7, se ci sarà, si terrà negli Stati Uniti. Come? La grande kermesse di Evian, sulle sponde francesi del lago di Ginevra, ospite Macron, ancora deve cominciare ed già è passata? Nella politica frenetica e distratta che oggi esalta ciò deve apparire a prescindere dal suo valore, il G7, oramai cinquantenne, rischia di diventare irrilevante, se non troverà un colpo di scena. Fu istituito a metà degli anni ‘70, proprio dal governo francese con l’appoggio tedesco, per affidare il coordinamento delle politiche economiche globali ai paesi con il PIL più alto, dopo lo shock petrolifero del ‘73. Il momento è propizio, a patto che il problema sia all’ordine del giorno e dunque che sia stato costruito un percorso. Il parterre non potrebbe essere più ampio e rappresentativo. Al gruppo dei 7 membri permanenti, che si confronteranno sui dossier più delicati del momento insieme ai leader dell’Unione Europea, si aggiungeranno forum dedicati sulla crisi del Golfo, sulla guerra in Medioriente, su quella in Ucraina e sui gravi squilibri macroeconomici che alterano l’economia globale.

Saranno presenti i principali leader delle aree coinvolte da una parte all’altra degli oceani, organismi e organizzazioni sovranazionali, ci sarà Zelensky che incontrerà Trump, ci saranno le monarchie del Golfo. Considerato però che in tre giorni non si fanno miracoli, resistendo agli effetti speciali della passerella messa in piedi da Macron, quale potrebbe essere il colpo di scena? Per cominciare, bisognerebbe almeno provare a convincersi, alla luce dei fatti, che nessuno può imporre soluzioni con la forza, perfino gli Stati Uniti. Lo vediamo nei ritardi, decisi dall’Iran, alla firma del memorandum d’intesa per raggiungere un accordo in Medioriente dopo l’aggressione israelo-americana, che dura oramai da oltre 100 giorni (non sono cessati i raid israeliani in Libano) nello stallo delle trattative con Trump, pare, trattenuto dai suoi per la giacca. E non è detto che il ritardo diventi un nuovo rinvio, nonostante le fumose assicurazioni presidenziali accompagnate da minacce e insofferenze, considerato – come ha appena scritto in una nota ufficiale il ministro della difesa israeliano Israel Katz – che «Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. L’IDF continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon alle montagne libanesi, dalla Samaria (l’attuale Cisgiordania) e dalla maggior parte del territorio di Gaza contro le minacce delle forze e organizzazioni jihadiste»….

Ovvero, benché la firma del memorandum abbia come scopo principale lo sblocco dello stretto di Hormuz, i negoziati resteranno arenati sulle coste del Libano (per Gaza, la Cisgiordania e la Siria, le «intese disattese» sono state consegnate all’oblio). Dunque, se non si trova una soluzione che inglobi il ritiro delle truppe israeliane dal Liban e a seguire il disarmo degli Hezbollah, non si va avanti. Trump può proseguire nei suoi deliri mediatici, vantando vittorie immaginarie e distraendosi con i gladiatori che combattono su quel brutto tappeto 4.0, montato nei giardini della Casa Bianca per festeggiare i suoi ottant’anni, ma Israele, irriducibile, conferma la colonizzazione dei territori che considera propri nel disegno sionista tracciato da decenni, indifferente alle decine di migliaia di vittime che ha provocato in meno di tre anni e alla destabilizzazione dell’intero Medioriente.

Altrettanto irriducibile l’atteggiamento dell’Iran: il memorandum non si firma, se Israele non si ritira almeno dal Libano. Potrebbe finire con un Armageddon? Assurdo, benchè Trump in un tweet lo avesse immaginato. Manca il terzo punto, però, non secondario: il Medioriente come il blocco di Hormuz vanno considerati solo un problema israeliano e iraniano? Intorno al primo scenario, ci sono tutti i paesi di una vasta area, che vivono al momento nella totale incertezza che può diventare permanente, con la prospettiva di un’egemonia assoluta di Israele come nel rischio dello schiaffo dell’Iran. E non ci sono solo loro. C’è l’Europa. Ci siamo noi. Il Mediterraneo è il Mare Nostrum dai tempi dei romani. La storia e gli interessi ci legano anche alle frequentatissime rotte da e per lo stretto di Hormuz, peraltro in una dimensione allargata.

Allora, se ripudiamo la guerra nelle controversie internazionali, come è sacrosanto che sia, non per questo ci si può chiamare fuori dal problema. Si impone un cambio di paradigma sia nei confronti degli Stati Uniti, sia di Israele, ricorrendo non alla forza del potere usato fin qui, ma al potere della forza di cui disponiamo, ovvero le mille relazioni che ci legano, di ogni segno, laiche e religiose, dal passato remoto ad oggi. Basterebbe metterle in fila, con coraggio. Come servirebbe aprire un canale funzionale alla ricerca della pace con l’Iran. Non è affatto agevole entrare in contatto con un governo totalitario, quale quello iraniano. Tuttavia, perché non riallacciare i tanti fili che ci legano a quel paese e al suo popolo, dando il segno di quell’attenzione che è mancata?

Potrebbero arrivare dal vertice del G7 di Evian aperture convincenti in tal senso? Altrettanto dicasi per l’Ucraina. Dopo lo shock provocato dall’abbandono di Trump, l’Europa non è riuscita ad occupare la scena. Concentrata su un riarmo smisurato (ha finito con l’apparire desiderato) nelle accelerazioni imposte nei Paesi europei di punta, tra cui il nostro, l’azione diplomatica è passata del tutto in secondo piano. Il presidente ucraino Zelensky si è portato avanti da solo. Dopo le prove di resilienza offerte in quattro anni di guerra, insieme al suo popolo, ha puntato da ultimo su obiettivi mirati, fino al cuore della Russia di Putin. Ha prodotto le armi che gli servivano, le meno costose e le più devastanti, a cominciare dai droni a lungo raggio e gli intercettori. Ha mandato una lettera a Putin, che ha lasciato sorpreso lo zar e al G7 parlerà con Trump. Sarebbe importante, almeno a quei tavoli, sedersi per tempo. Prima di immaginare il G7 del 2027, confidiamo nei giorni a venire a Evian. Proprio qui, 64 anni fa, venivano firmati gli accordi che portarono alla fine della guerra in Algeria. Non fu subito pace, ma un principio.

Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 15 giugno 2026

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