Se ne parla appena. In Italia, come altrove. A stento, fanno notizia i morti. Gli schiavi del terzo millennio sono diventati una componente necessaria delle nostre opache società.
Con la bella stagione tornano sulla scena i derelitti dell’emigrazione. Ma se ne parla appena. In Italia, come altrove. A stento, fanno notizia i morti. Gli schiavi del terzo millennio sono diventati una componente necessaria delle nostre opache società. Migliaia di stagionali irregolari, umanità vulnerabile, abusata e senza diritti, si sfiancheranno per tutta l’estate nei campi di raccolta della succulenta frutta di stagione a caro prezzo sugli scaffali dei supermercati, lasciati alla mercè di caporali collusi, al Sud, come al Nord di un Belpaese, dove l’agricoltura non paga, nel vuoto delle istituzioni. Del resto, se il presidente Trump, a picco nei sondaggi (secondo i dati della Marquette University, la più importante università cattolica degli Stati Uniti, solo poco più di un terzo della base MAGA continuerebbe a confermargli la fiducia, mentre la percentuale scende al 7 per cento tra i l’elettorato democratico, in una percentuale complessiva precipitata al 38 per cento) investe 70 miliardi di dollari sull’immigrazione, facile bersaglio di una politica incoerente e sfacciata, come stupirsi dei governi europei, a cominciare dal nostro, che con pochi milioni la usano senza rispettare le regole? Quella pioggia di miliardi, peraltro non servirà solo ad annientare i diritti dei migranti, ma a sperimentare sulla loro pelle il controllo del dissenso, che significa schedatura di massa, grazie a costose applicazioni specifiche dell’Intelligenza artificiale, affidate alla milizia personale del presidente (la famigerata ICE) sui cittadini americani (il progetto è già pronto per l’esportazione) in vista, intanto, delle elezioni di mediotermine in programma a novembre.
Eppure, almeno sotto il nostro cielo, si fa fatica a dare per scontata la negazione dei diritti e l’oltraggio della prevaricazione o il primato dell’ineguaglianza, soprattutto in questo 2026, che celebra gli ottant’anni della Costituente italiana, insieme alla dignità e la fiducia ritrovate, dopo il buio del fascismo e il dramma della sconfitta. I fatti però dicono che si è imboccata questa strada, benché resistano degli anticorpi. Il rogo di Amendolara, in Calabria, con quattro ragazzi morti (braccianti afgani che chiedevano un contratto e dignità) appare solo come il vertice di una barbarie, che coinvolge il paese intero in un tessuto di illegalità tra bande criminali d’importazione, mafiosi italiani in abiti firmati e ipocrisie amministrative, dalle campagne siciliane e pugliesi ai cantieri milanesi, alle aziende agricole piemontesi o venete, che sfruttano il lavoro con turni massacranti e paghe da fame. Lo hanno messo nero su bianco due sentenze del Tar del Veneto nello scorso marzo con le sentenze n.616 e 617, rispondendo ad una documentatissima denuncia promossa da giuristi e da associazioni del Terzo Settore, su come le Questure (nel caso di specie di Vicenza e Venezia) gestiscono le richieste di protezione internazionale per ottenere l’accoglienza fissata dalla legge e i titoli di soggiorno regolari, evitando l’invisibilità sociale e il vuoto dei diritti.
Il verdetto è stato inequivocabie: la condotta ministeriale è stata messa sotto accusa, i ritardi (fino a otto mesi) o l’assenza delle dovute risposte sono stati censurati, inquanto espressione «di precise scelte organizzative interne … una disfunzione non occasionale, bensì strutturale, del tutto inidonea a sostenere lo sforzo richiesto».
Il Tar ha fissato un termine perentorio di 90 giorni per smaltire le liste d’attesa. «Il cattivo funzionamento della macchina statale lede interessi collettivi e diritti umani inviolabili». Il termine scade tra dieci giorni. Cambierà il paradigma amministrativo dell’accoglienza? A parte, le implicazioni penali, considerati i tanti mis-fatti riportati dalle cronache locali, quale spazio d’informazione trovano le inchieste? Sul portale del Ministero dell’Interno per ora non se ne vede traccia. In compenso i dati, con soddisfazione, segnalano una riduzione dei migranti in arrivo via mare a maggio, rispetto allo scorso anno, in crescita però già dai primi giorni di giugno, vantano le operazioni di polizia che hanno aumentato il numero degli arresti, l’impegno ad accelerare le procedure di espulsione degli irregolari e si aggiungono belle fotografie di gruppo sui parternariati comunitari per i controlli. Le notizie faticano ad emergere, girano solo sui siti specializzati rintracciabili con apposite ricerche sul Web, si leggono nelle pubblicazioni della Caritas, ne parla il quotidiano «Avvenire»… la cittadinanza, poco informata e che non vuol vedere, può rimanere tranquilla, lo Stato vigila sulla sicurezza. Ma può considerarsi regolare, per esempio, ciò che si ripete ogni anno, all’inizio della stagione estiva, nella bellissima cittadina di Saluzzo in Piemonte? In risposta allo sguardo sbalordito di chi scrive è stato spiegato che il Parco Gullino nel cuore della città, presto sarà riempito da centinaia di immigrati, soprattutto nordafricani, fatti convergere (da chi?) a migliaia (le stime dicono oltre 10mila) nel distretto agricolo piemontese, tra i più importanti d’Italia per la raccolta di pesche, albicocche, mele e quant’altro. È stato altresì rappresentato che l’amministrazione pubblica (prefettura, sindaci) non è rimasta inerte nella battaglia per la legalità. Sono stati predisposti bagni, fontanelle, prese elettriche per i telefonini e una mensa per 150 persone, che serviranno a diminuire il disagio di chi si accampa in città non avendo trovato posto altrove. Una sorta di «insediamento informale assistito sotto il cielo» (il termine viene usato per le baraccopoli, i cascinali abbandonati gestiti dal caporalato al Sud, come al Nord) che risponde ad un frammento di domanda, senza esaudirla. Il meccanismo è semplice, gli immigrati fuoriusciti dal sistema pubblico dell’accoglienza, che – come abbiamo documentato- evita di rispondere, nella gran parte senza un contratto regolare, dunque invisibili, vengono usati per contenere il costo del lavoro di un sistema agricolo dove il prezzo lo fanno la grande distribuzione e il peso delle mafie: non la produzione. Lo scotto lo paghiamo noi, i consumatori, esasperati dai prezzi sempre più alti; chi lavora, i braccianti senza diritti, costretti a retribuzioni sempre più basse (intorno ai tre euro l’ora) e i piccoli produttori lasciati soli, nel silenzio assordante delle istituzioni. Il Belpaese è diventato una terra di mafie, nazionali e d’importazione. Chi sono i più deboli? I migranti. La difesa dei loro diritti riguarda noi e il nostro futuro.
Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno dell'8 giugno 2026
