L’accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran si chiamerà la Carta di Islamabad. Forse. Niente di ufficiale ancora, fumosi anche i termini dell’intesa, che dovrebbe garantire comunque 60 giorni di tregua.
L’accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran si chiamerà la Carta di Islamabad. Forse. Niente di ufficiale ancora, fumosi anche i termini dell’intesa, che dovrebbe garantire comunque 60 giorni di tregua. Ma le guerre di Trump cambiano solo di scenario, benché nel Libano sotto le bombe israeliane si continui a morire, come si continua a morire nella striscia di Gaza e in Cisgiordania. Le rotte del petrolio e lo stallo energetico-militare reclamano la riapertura dello Stretto di Hormuz, pur nelle visioni contrastanti di Teheran e di Washington, con gli equilibri che restano precari, così come le relazioni oramai esacerbate tra gli iraniani e le petromonarchie del Golfo.
La deriva fondamentalista di Tel Aviv, che tiene in ostaggio quel che resta della democrazia israeliana, isolata nel suo oltranziasmo armato, impermeabile a qualsiasi critica, continua ad umiliare la dignità di chiuque si opponga al disegno del Grande Israele. Da ultimo, il caso degli attivisti disarmati della Flottilla, trattati alla stregua di terroristi dal sionismo integralista, nel vuoto delle politiche di gran parte dei governi europei, tra i quali il nostro. Eppure, le portaerei americane si spostano, pronte ad attaccare altrove.
Ora dovrebbe toccare a Cuba. L’inconcludente politica americana, che ha vantato l’accodo di Pechino, in assenza di accordi concreti alla corte di Xi Jinping, continua a preoccupare, senza più stupire. Accresce invece il disorientamento, la pavidità dell’Unione Europea dinanzi al disimpegno americano nella Nato, che la lascia sola - come dice Mario Draghi. E disorienta, in parallelo, l’attivismo tedesco che propone la propria leadership, piuttosto che aderire ad un progetto complessivo e condiviso di sicurezza, proiettato sui confini orientali e meridionali dell’Europa, nelle nuove scelte economiche ed energetiche, imposte dal flop degli approvvigionamenti di gas e petrolio e dalle politiche industriali ansimanti negli scenari in evoluzione. La situazione appare grave e seria insieme – l’ironia caustica di Ennio Flaiano qui non trova posto- la politica muscolare di Trump ha assunto anche la forza del contagio.
Appena qualche giorno fa, con la sua sottile fermezza, Romano Prodi ricordava - «l’Europa è un’unione di minoranze. La politica europea si è sviluppata sulle alleanze (il motore franco-tedesco, con il supporto di Itala, Spagna, ecc)» - e ammoniva: «La guida di un solo paese porterrebbe alla fine dell’Europa». Il punto è questo: non c’è bisogno di una Bundesweher più forte, ma di un esercito sotto le insegne europee, che rispetti il diritto internazionale e la sovranità dei popoli. Volgendo lo sguardo a Cuba, invece, cosa sta accadendo? La parola più usata da Trump è «liberazione». Il tycoon vuole liberare i cubani, per annientare il comunismo, ma soprattutto per prenderne il posto. Nei post, che lui pubblica, dice: «non ci sarà escalation». I fatti però raccontano il contrario. All’embargo economico, energetico e finanziario, che ha ridotto la popolazione cubana allo stremo, si è affiancata un’offensiva «di massima pressione» giudiziaria e militare. Il Dipartimento di giustizia statunitense ha incriminato Raul Castro, 94 anni, fratello di Fidel e con lui altri cinque cubani, per «omicidio e cospirazione finalizzata all’uccisione di cittadini americani». Il caso sembra grottesco, ma il principio è semplice: chiunque colpisce gli americani sarà perseguito. Poco importa che i fatti richiamati siano vecchi di trent’anni (si trattava dell’abbattimento di due aerei da parte delle forze cubane nel 1996). È stato emesso un mandato d’arresto - in totale violazione del diritto internazionale, che condanna le intrusioni violente in uno stato sovrano- e con il metodo Trump può essere eseguito. Del resto, simile la procedura o se si vuole il pretesto ai danni del Venezuela, paese socialista ai tempi di Chavez, diventato stato totalitario con la presidenza di Maduro, oramai pseudocolonia degli Stati Uniti, che controllano i suoi giacimenti petroliferi.
Il presidente venezuelano Nicholas e sua moglie Cilia Flores furono prelevati con la forza nel gennaio scorso dagli agenti della Delta Force a Caracas e tuttora sono reclusi in un carcere di massima sicurezza a New York, mentre il paese è allo sbando. Non basta. La portaerei a propulsione nucleare Nimitz, con le sue navi di scorta, è stata spostata dal Mediterraneo, dove incrociava di fronte alle coste mediorientali ed è arrivata nel Mar dei Caraibi. Sicuramente, Cuba non è il Venezuela, sono poche le affinità tra i rispettivi popoli. Sicuramente, benchè anziano, Raul non è amato, come non era amato Maduro, ma se la ribellione immaginata a Caracas non c’è stata, sarebbe impensabile che possa accadere a Cuba. Anche l’esistenza di un facilitatore all’Avana, come l’allora vicepresidente di Maduro, Delcy Rodriguez in Venezuela, diventata poi presidente ad interim al posto di Maduro, oltre che fan di Trump, potrebbe portare allo stesso risultato. Il quadro è complesso. Raul Guillermo Rodriguez Castro, detto Raulito, 41 anni, nel ruolo di nipote della famiglia Castro ed erede designato, è alla testa di una lobby che controlla le risorse del paese e che dialoga con gli americani, (ha già avuto rapporti con Segretario agli Esteri della Casa Bianca, Marco Rubio, di origini cubane) ma non è gradito a Mosca, né alla propria gente. Benchè stremati e critici verso il governo, i cubani hanno una storia unica, consolidata dai tempi della guerra fredda nel rapporto fisiologico con il blocco comunista guidato da Mosca. Sono stati forgiati dalle privazioni, sia gli uomini, sia le donne, credono nel simbolo del Che ( Che Guevara) e non sono digiuni di addestramento.
Anzi, stando ad indiscrezioni, le foze militari a disposizione del partito unico, sarebbero state preparate per la guerriglia. Per gli americani, il rischio di Cuba come il Vietnam? Ernest Hemingway, grande scrittore e giornalista di un’altra America, nel suo soggiorno a Cuba, di cui amava tutto, riamato, in omaggio alla resilienza di quel popolo, avrebbe ribadito: «Si può essere distrutti, ma non sconfitti». Potrebbe continuare a valere oggi.
Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 25 maggio 2026
