È il tempo che corre, strattonato dagli imperialismi.
licenziamenti hanno incrociato il primo maggio: 4 lavoratori in strada a Taranto. Le multinazionali ignorano il valore del calendario, come le regole, mentre l’elenco di chi rimane fuori dai cancelli sulla penisola diventa più lungo.
Ma il giorno della Festa del Lavoro, fondamento della repubblica italiana, in una fase di profondo disagio economico (strutturale o sistemico? Probabilmente, ora ricorrono entrambi, dunque il problema è davvero serio) quest’anno coincide soprattutto con rilevanti fatti internazionali. In un’istantanea perfetta, Trump e Xi Jinping sono affiancati, intorno Putin, Erdogan e le monarchie del Golfo (Netanyahu, nonostante il suo delirio criminale, è consegnato al localismo): è il tempo che corre, strattonato dagli imperialismi.
È stato scelto proprio il primo maggio per annunci e nuovi percorsi. O forse anche no, considerato che, per alcuni protagonisti della foto, i simboli e la storia oggi contano molto meno. Comunque, nelle culture contrapposte, da occidente a oriente, con stili e toni diversi, si esplicitano le visioni che marcano l’attuale caos. Trump, scomposto, Xi pacato, l’uno inaffidabile, l’altro rassicurante, gli altri players, impegnati a consolidare i propri ruoli, mentre l’Europa finalmente entra in partita. Nel merito: il tycoon, che è riuscito a minare la credibilità degli Stati Uniti, per loro natura imperialisti ma dal lato - diciamo - dei buoni, mentre ora sono percepiti come nemici, è tornato a usare la clava dei dazi contro l’Europa, dalla quale tra l’altro gli americani, progressivamente si disimpegneranno sul piano militare.
Trump, che maneggia il commercio internazionale alla stregua di una playstation, ha aggiunto un 25 per cento su auto e veicoli vari prodotti nel vecchio continente, diventato ai suoi occhi ostile, oltre che parassita e imbelle - come va dicendo da mesi - perché non ha voluto assecondarlo nell’attacco all’Iran, di per sé scriteriato oltre che illegittimo e ha annunciato la partenza di cinquemila soldati americani dalle basi tedesche. Seguiranno altri bagagli in Italia e in Spagna, mentre gli inglesi -nelle sue ultime dichiarazioni- dovrebbero essere i più stretti alleati dell’America.
Ma lui, che offende ogni giorno il primo ministro britannico Starmer, si è rivolto a re Carlo III e a Camilla, nell’anniversario dei duecentocinquantanni della fondazione degli Stati Uniti d’America e dopo un improbabile attentato già archiviato, vivendo come sempre di momenti, reagendo ogni volta nell’unico modo che conosce, con l’ennesima prova di forza, irritato e insofferente, nel vuoto di risultati sugli scenari dove voleva portare la pace con la guerra.
Cosa accade invece dal primo maggio per decisione di Xi Jinping? Il presidente cinese ha annunciato che l’Impero Celeste toglie completamente i dazi all’Africa per premiare la cooperazione bilaterale e quella regionale. Li toglie da tutti i cinquantaquattro paesi africani meno uno, già che l’ESwatini, ex-Swaziland, una micro-monarchia al confine con il Sudafrica, ha riconosciuto Taiwan. È una scelta importante, che consolida le alleanze e riempie il vuoto lasciato dai russi, alle prese con la guerra in Ucraina e dagli americani, che in Africa hanno smantellato ambasciate e cancellato gli aiuti dell’USaid, l’agenzia per lo sviluppo internazionale. Una scelta, inoltre, che interrogare sulle effettive mire della Cina nel Risiko globale.
Una civiltà millenaria, che considera gli oceani come spazi di connessione piuttosto che barriere e che vede lo sviluppo della cooperazione come chiave della prosperità, ribalta plasticamente la prospettiva di questo tempo muscolare e nevrotico espresso dall’Occidente e dal “Putinismo” vicino a Trump, con le rispettive speculazioni sulla paura e sulle armi in guerre totalmente “ibride”, vale a dire condotte con tutti mezzi, pensando in particolare alla propaganda. La politica estera cinese, invece, da quasi cinquantanni è cambiata in modo radicale e quasi non ce ne siamo accorti o almeno i pregiudizi sono rimasti più forti dei fatti, nel primato di modelli politici alle corde, come le nostre democrazie infiacchite.
Non è questione di giudizi sui sistemi, ma di riconoscimento della reciproca coesistenza. La diversità non può rimanere pericolo – che piaccia o meno- perché si pone come alternativa e comprende il cambiamento. Nel 1978 la svolta di Deng Xiaoping, con la sua politica di riforme e modernizzazioni, che lasciava il maoismo e apriva al mercato; l’avvento di Ji Xinping nel 2012 che ha avviato e prosegue la lotta senza quartiere alla corruzione per combattere “sia le tigri che le mosche” ovvero i funzionari corrotti a tutti i livelli della gerarchia del Partito-Stato, nei piani alti della nomenclatura, come in ciascuna provincia del paese; la presa d’atto dell’emergenza climatica con investimenti enormi nelle energie rinnovabili e nella robotica; il sorpasso di Pechino sulla Silicon Valley con lo sviluppo delle tecnologie avanzate verso nuovi traguardi, fino alle sfide spaziali.
L’imperialismo militare non fa parte dello stile cinese, così come il multipartitismo, perché Pechino considera necessario il sacrificio delle libertà politiche per gestire una società complessa, smisurata, affrancata dalla povertà (comunque dietro l’angolo soprattutto nell’economia digitale al galoppo) arricchita oggi da università tra le più prestigiose al mondo (senza paura dunque delle elite intellettuali) dove vale il criterio della meritocrazia e dove si continuano a insegnare anche i principi del confucianesimo ovvero il valore delle “relazioni di armonia” (hexie guanxi). Sono aspetti che non rilevano allo sguardo superficiale, già che la rigidità del sistema resta in negativo, ma non è questione di adattamento o di revisionismo, serve più conoscenza. Niente dazi cinesi dunque verso il continente, che più di qualsiasi altro è bacino di risorse strategiche come le terre rare e di capitale umano, quest’ultimo considerato invece dalle destre occidentali solo per l’emergenza migrazioni.
Eppure, nello stesso scenario conta anche il ruolo dell’Europa. Nel novembre dello scorso anno, sono stati impegnati 120 miliardi di euro nei paesi africani per agevolare la transizione energetica, digitale, le infrastrutture, la sanità e l’istruzione. Entro il 2027, si aggiungeranno altri 150 miliardi di euro nell’ambito della strategia “Global Gateway”, vale a dire “passaggi globali” per recuperare ruolo e relazioni, che potrebbero giovare soprattutto all’Italia con il suo piano Mattei, ricco di visione ma povero di mezzi. E sempre il primo maggio la Commissione Europea ha festeggiato l’entrata in vigore dell’accordo del Mercosur con il Sudamerica, ancora provvisorio tra le polemiche, in attesa delle ratifiche parlamentari. Una partnership che dovrà essere migliorata per creare alternative di mercato dinanzi alle politiche aggressivi dell’Amministrazione della Casa Bianca. Nella stessa data, primo maggio, gli Emirati Arabi sono usciti ufficialmente dall’Opec, lo storico cartello degli esportatori di petrolio, nato quasi settant’anni fa. Una decisione politico-economica maturata a seguito della guerra all’Iran, benedetta da Trump, che l’ha definita “fantastica”, pensando ai propri affari.
Nella sostanza, in attesa di sapere se gli Stati Uniti torneranno a bombardare Teheran, come continua a minacciare Trump, nelle more di accordi di pace che non ratificano la vittoria per Wahington, nonostante i costi spropositati dell’operazione “Epic-Fury”, mentre il Congresso in base alla legge esige di essere consultato, il mondo gira, cerca nuovi equilibri e forse finalmente arriverà la tregua anche nella guerra di Putin contro l’Ucraina. Perfino lo Zar, impegnato nelle ultime settimane in intense consultazioni diplomatiche, sta valutando che quando i costi dei conflitti superano i vantaggi, occorre fermarsi. Al tavolo dei negoziati, tuttavia, se mancherà la ragionevolezza, non si andrà lontano.
Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 4 maggio 2026
