Gli spari di Washington, nell’hotel dove era in corso la cena annuale della stampa estera, che il presidente notoriamente non ama e alla quale ha partecipato per la prima volta con il ghota dell’amministrazione della Casa Bianca e altri ospiti di riguardo, giovano o nuocciono a Trump e alla sua politica? È paradossale questo interrogativo a circa dodici ore da un attentato (mentre scriviamo), nella frenesia di notizie ancora confuse e sostanzialmente contraddittorie, davanti ad una platea di 2.600 vip e giornalisti.
La platea, che più di qualsiasi altra avrebbe potuto dare risalto a quanto accadeva. Eppure, mentre si succedono le ricostruzioni, sempre più particolareggiate, già che chi era lì di mestiere racconta i fatti; si affollano i dubbi, dilatati dai social soprattutto americani e dai siti di fact checking (accertamento della verità dei fatti) se sia stato effettivamente un attentato o una messa in scena. Da una parte, il panico di chi era vicino al luogo da dove sono partiti gli spari (quattro, cinque, sei -non è ancora chiaro-) mentre qualcuno gridava: «Get down! Get down!» ovvero «Giù! Giu!» invitando le signore e i signori a ripararsi sotto i tavoli e lo sconcerto di tutti gli altri più lontani, inconsapevoli di quanto stava accadendo, sbigottiti per la comparsa improvvisa degli 007 del Secret Service, che prelevavano di peso il presidente e il vicepresidente Vance, scegliendo – come da protocollo- due uscite separate per portarli fuori della sala. E poi il video subito diffuso, che mostrava il presunto attentatore, un uomo di corsa attraverso la hall e il corridoio antistanti il salone della cena, inseguito dai colpi degli uomini della sicurezza, armati di mitra e pistole – come mostravano le immagini riprese dalle telecamere- in breve tempo raggiunto e bloccato seminudo, faccia a terra.
Il report, di lì a poco ufficializzato, lo avrebbe identificato come Cole Tomas Allen, californiano, ingegnere, appena trentenne, premiato nel 2024 come «insegnante del mese» da una prestigiosa università, in possesso di un fucile a canna liscia, di una pistola e di coltelli, probabilmente cliente dell’hotel, dove si teneva la cena. Ancora, lo stesso Trump, caduto a terra, mentre gli agenti lo trascinavano via, più tardi, che non avrebbe rinunciato alla scena, convocando un’improvvisa conferenza stampa alla Casa Bianca, che minimizzava i fatti. «L’attentatore, un uomo malato, molto malato» – commentava Trump – in corso naturalmente gli accertamenti, no, non potevano stabilirsi collegamenti tra l’attentato e la situazione internazionale relativa alla guerra in Iran, l’invito accalorato a ritrovare la serenità per poseguire insieme, in particolare nell’anno in corso, in cui cadono i 250 anni dalla nascita della grande democrazia americana, benchè – aggiungeva- «I fought like a hell to stay» ovvero che lui si era dannato per prendere il potere e che se lo sarebbe tenuto. In sostanza, toni concilianti, molto concilianti, espressi con un filo di voce - un tratto pressochè sconosciuto - apprezzamenti per il ruolo della stampa, accarezzata con il sorriso e non come al solito vilipesa, parole di orgoglio per il dispositivo di sicurezza, per il popolo americano e per sua moglie, disponibilità come non mai alle domande, mille ringraziamenti ogni volta, unica dissonanza, nel solco di sempre, quel «I fought like a hell to stay», mi sono dannato per prendere il potere e me lo tengo. Nell’opinione dei presenti e di chi lo seguiva in video: una lunga, bonaria e straordinaria conferenza stampa, sottolineata da battute e anche da applausi.
Se quindici concitati minuti avrebbero potuto rovesciare d’un tratto il corso della storia, Trump in quasi un’ora è stato abile a ribaltarla. Ha realizzato un capolavoro politico. In caduta libera nei sondaggi, probabilmente tornerà a governarli, con l’opinione pubblica meno ostile al presidente. I dubbi dunque restano.
Si è fatto riferimento anche allo speech della portavoce di Trump, Karoline Leavitt, prima della cena. La impagabile Leavitt aveva annunciato «shots fired» ovvero colpi di arma da fuoco. Versione, che è stata subito «aggiustata» con il riferimento alle eccezionali doti retoriche del presidente, capace di colpire con la propria energia qualsiasi auditorio, anche la platea smaliziata dei giornalisti. Francamente, un’interpretazione discutibile.
Mentre dovrà esssere approfondita la grave smagliatura del sistema di sicurezza, che ha consentito ad un uomo superarmato di entrare in un grand hotel, dove per giunta era in calendario un evento importante. E la regola, sempre rispettata di evitare in un luogo pubblico la presenza del capo della Casa Bianca e del suo vice, già che proprio lui deve sostituirlo nell’emergenza, questa volta è stata violata. Il pericolo c’era non c’era? E nello stallo dei negoziati con l’Iran, che non crede alle promesse di Trump, nel blocco reciproco dello stretto di Hormuz, mentre le posizioni restano distanti sugli altri importanti dossier oggetto della trattativa, un sano diversivo giova o non giova? Nella guerra dei nervi e dei muscoli, la pausa aiuta.
Come si può chiedere ad un paese che nel corso degli anni ha creato una significativa riserva di barre di uranio arricchito (circa mezza tonnellata al 60%, non lontane dalla soglia del 90%, utili a realizzare la bomba atomica, che attualmente l’Iran non ha) di cedere il tutto gratis agli Stati Uniti? E di escludere i danni di guerra, dopo l’aggressione, lasciando immobilizzati i propri crediti controllati dagli americani? O di separare il proprio futuro da quello del Libano, invaso dall’esercito israeliano, che non cessa i bombardamenti, guardando invece ad una soluzione complessiva per il Medioriente, comprese Gaza e la Cisgiordania, laddove la supremazia raggiunta dal governo di Netanyahu è diventata assoluta? La soluzione va trovata e il tempo è poco. Se a Trump serve una vittoria, l’Iran diviso non può permettersi una sconfitta. C’è il resto del mondo che aspetta, con la Cina che non sta a guardare. Dopo gli spari di Washington, mentre sono tornati ad emergere i files del caso Epstein, si può immaginare un cambiamento nei toni e nella politica muscolare del presidente, apparso alla stampa di tutto il mondo inaspettatamente addolcito? Il percorso è in salita, ma la strada obbligata. Nella violenta società americana, che brulica di armi come non mai, vale la pena di ricordare, che nei mesi di questa seconda presidenza Trump, si sono sommate le violenze contro i cittadini, con due vittime (Minneapolis, gennaio) ad opera della polizia personale del presidente l’ICE e sono state attaccate le istituzioni, come nel caso del sindaco di New York, il socialista Mamdani, nel giugno del 2025, cui aveva fatto seguito a settembre l‘assassinio della deputata democratica del Minnesota, Hortman, uccisa insieme al marito. Nello stesso mese, l’attentato letale ai danni del suprematista MAGA, Charlie Kirk. Dopo la campagna elettorale, inoltre, si sono addensate fitte nubi sull’attentato allo stesso Trump a Butler, nell’Indiana, con il suo orecchio leggermente ferito, che pare abbia giocato a favore del successo. Non è la politica che ci si aspetta da un grande paese come gli Stati Uniti. Intanto, un cambiamento servirebbe a prescindere.
Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 27 aprile 2027
