Una vittoria piena in questo Land di periferia potrebbe spalancare una voragine federale. Non solo, rischia di accrescere l’instabilità europea, attraversando i confini della vicina Francia, come della Spagna e della stessa Italia.
Piccola, grande, più grande. Le dimensioni, quella locale, nazionale e intercontinentale non sono più differenziate, come in passato, ma in naturale continuità. Potenza della Rete, del cyberspazio che non incontra confini? Le trasformazioni sono sotto gli occhi di tutti, nell’accesso libero (in apparenza) ai canali dell’informazione. La questione però è complessa. Subiamo il trionfo dell’effimero, ma anche il paradosso di un tempo di guerra, che non abbiamo dichiarato, che ripudiamo, che ci condiziona, dentro e oltre gli scenari di conflitto.
Una guerra ibrida sempre più blindata dalle tecnologie, dagli investimenti in armamenti sofisticati e subdoli, dal dominio delle risorse energetiche.
Si è arrivati al contagio dei pensieri, delle abitudini, delle relazioni. Quanto si nasconde è più di quanto si racconti, (regolarmente mortificata la polifonia della blogosfera) in una narrazione che frammenta il pianeta invece di unirlo, che punta ad emarginare qualsiasi dissenso, nella presa sempre più muscolare del controllo. Lo spazio individuale si riduce: smontato e ricondizionato. Lo scotto maggiore è pagato dai più deboli, che siano giovani o anziani, dai poveri, dai migranti. Ci distraggono notizie dalla vita breve, accavallate nella totale confusione, mentre i processi che intanto cambiano le regole del gioco sul pianeta si prendono il tempo che serve, in una marcia in apparenza inarrestabile.
Pessimismo domenicale dopo la lettura dei giornali, nell’estate torrida che non finisce? Immaginiamo di salire su un aereo, che parte dalla Germania impegnata in un voto locale per arrivare negli Stati Uniti, a meno di due mesi dalle elezioni di midterm, forse le più importabiti della storia americana. Dall’oblò si succedono gli scenari di conflitto, anche nel nostro Paese, arido appare il Mezzogiorno.
Nelle elezioni tedesche in Sassonia Anhalt (l’affluenza alle urne alle ore 12 era molto più alta che in passato) è già noto che vincerà la destra estremista di AFD (Alleanz fur Deutschland), accreditata di oltre il 40 per cento dei consensi. Da accertare, se otterrà o meno la maggioranza assoluta. Questione non da poco, già che con un partito di «estremisti neonazisti» – come vengono considerati dai moderati tedeschi - le altre forze poltiche non intendono allearsi. Parliamo di uno dei sedici stati della Germania ex-DDR, grande poco meno della Puglia, con un paio di milioni di abitanti molto frustrati, già che dopo la caduta del muro, il profondo Est ex-sovietico ha subito una vera e propria emorragia di popolazione a beneficio dell’Ovest. Nel Land, la scuola è insufficiente, come l’economia e i trasporti. La linea politica recita: «prima i tedeschi, sì alla remigrazione», le spinte razziste sono fortissime. Helmut Siegmund, il eader dell’AFD locale, uomo dall’apparenza mite, ma sulle posizioni più estremiste del partito federale, guidato da Alicia Wiedel, ha fatto promesse mirabolanti, considerati però gli scarsi fondi a disposizione: chi pagherà la differenza? Per ora, nessuno scandalo su finanziamenti esterni, magari Maga, ma dubbi in attesa di verifica. Il governo di Friedrich Merz non piace. Il Cancelliere si è tenuto molto defilato, l’effetto: un’assenza che ha alimentato le critiche anche all’interno del suo partito, la CDU.
Una vittoria piena in questo Land di periferia potrebbe spalancare una voragine federale. Non solo, rischia di accrescere l’instabilità europea, attraversando i confini della vicina Francia, come della Spagna e della stessa Italia, imponendo un’ipoteca populista e sovranista alle politiche nazionali, attese al voto della prossima primavera. La prospettiva, sicuramente, non dispiacerà a Trump, che sta giocando in casa in un’America Latina spostata sempre più a destra, nel peggioramento però delle relazioni a Nord, con il Canada. Il dossier midterm è sul tavolo dello Studio Ovale e si annuncia minaccioso. Le incognite sono più d’una: spaventano. Fatta la tara delle ultime dichiarazioni roboanti, con promesse di successi e larghi profitti: di fronte a Trump si va cementando un elettorato in gran pare deluso e forse, finalmente, disincantato.
Un presidente, considerato «perdente» da un numero crescente di americani – l’oltraggio più infamante per un uomo dall’io smisurato come il suo - a cominciare dall’Iran, letta oramai come una sconfitta; passando per Gaza e la Cisgiordani: l’oltraggio quotidiano all’umanità; arrivando al delirio colonialista di Netanyahu, subìto da Trump, ma ora nel panico per l’esito probabilmente a lui sfavorevole delle elezioni in Israele; fino al rapporto ondivago con Putin e al nuovo presunto idillio con Zelensky, che tuttavia non sembrano voler costruire sbocchi positivi ad una guerra che dura da più di quattro anni. La strada che Trump ha percorso – come nella peggiore letteratura- sembra lastricata di cadaveri. Il personaggio potrà vantarsi di aver cambiato la storia, sicuramente: lo ha fatto in peggio.
Il mondo, nel caos commerciale, sembra aver cancellato l’inclusione sociale e continua a negare l’evidente cambiamento climatico in atto, brulica però di armamenti, dunque inevitabilmente di guerre, ed ha moltiplicato gli investimenti nel fossile. In pochi sono diventati plurimiliardari, i più soffrono. Farà qualsiasi cosa per rimanere al potere.
Jarrod Agen, vicinissimo al tycoon, coordinatore delle politiche energetiche americane, ha sentenziato a Cernobbio: «Il grand deal europeo ha fallito, l’eolico e il solare non possono funzionare. Il presidente vuole fare dell’emisfero occidentale il centro del dominio energetico. Dall’Alaska (aggiungiamo la Groenlandia?) all’Argentina (leggi: Isole Falkland, dove chi ci abita ha però cittadinanza britannica) passando per il Venezuela (il presidente Maduro è detenuto in un carcere di New York), la Guyana (appartiene alla Francia) e la Colombia (alle recenti elezioni ha vinto la destra, sostenuta dai Maga di Trump) Questo significa più energia (la nostra) per i mercati, Europa compresa». Si può resistere? Sta a noi. Più conoscenza e più partecipazione. A cominciare da subito. I diritti dobbiamo tenerceli.
Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 7 settembre 2026
