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Moro, i 55 giorni di bugie e i segreti di via Massimi 91 nei cassetti di Br e servizi

Diretto dove? Con questo interrogativo avevamo chiuso la prima puntata dedicata al caso Moro, tornato d‘attualità, in questa estate rovente, grazie alla riapertura delle indagini.

Diretto dove? Con questo interrogativo avevamo chiuso la prima puntata dedicata al caso Moro, tornato d‘attualità, in questa estate rovente, grazie alla riapertura delle indagini, disposta dal gup di Roma, Francesco Patrono. Come si dimostra nell’atto di opposizione all’archiviazione – l’hanno presentato i legali dei figli dell’appuntato dei crabinieri, Domenico Ricci, uno dei cinque uomini della scorta, trucidati nel blitz criminale in via Fani (200 secondi), compiuto con una regia militare dalle Brigate Rosse e da “terze presenze” mai accertate - restano troppe domande aperte. Domande che, nella rinnovata attualità giudiziaria, tornano in questo racconto a puntate, scritto al solo scopo di ripercorrere i fatti principali della vicenda (qui ne tratteremo uno in particolare) con rigore, senza indugiare sulle tante, troppe, situazioni che si aggiungono– a seconda dei punti di vista- utili a confondere il contesto, piuttosto che ad arricchirlo.

La verità giudiziaria non ha chiarito compiutamente la ricostruzione de L’affair Moro, come aveva voluto chiamarlo Leonardo Sciascia nel suo libro, uscito nell’ottobre del ‘78, successivamente rieditato. Lo dicono i lavori delle Commissioni d’inchiesta parlamentari (soprattutto la Moro2 -2014/2018). Le sentenze, che hanno condannato pressochè esclusivamente i brigatisti, si sono fondate in larga parte sul famoso memoriale di ricostruzione dei fatti dei BR Faranda-Morucci, risultato in seguito incompleto, in alcune parti poco attendibile, in altre, bugiardo. Un memoriale costruito a tavolino nel tempo e da mani diverse, consegnato otto anni dopo i fatti, nel 1986, diventato pubblico addirittura dopo altri quattro anni. Una storia aggiustata, nel lungo intermezzo, con i risvolti e soprattutto i personaggi di un triller: una suora molto discussa, che lo riceve, morta poi tragicamente; le massime istituzioni dello Stato, responsabili di ritardi inspiegabili; i servizi internazionali, che si intrecciano e si rincorrono; la massoneria invischiata in trame oscure, quasi solide; le mafie, alcuni giornalisti compiacenti, usati per divulgare il falso; i brigatisti che si contraddicono. Negli atti giudiziari, una storia che ha finito per seppellire i fatti, offerta alla rabbia e al dolore dell’opinione pubblica. Restano, tuttavia, fantasmi senza pace, in attesa di giustizia.

Una volta rapito, Moro dove viene portato? Riprendiamo il filo da qui, soffermandoci in particolare sul luogo scelto dalle BR. Ci sono ragioni precise per dubitare che la sua prigione sia stata in Via Montalcino, quartiere Portuense, Roma, almeno a mezz’ora di strada da via Fani. Attenzione agli orari e alle strade. (Molto ben fatta la ricostruzione tv, in “Giallo Amerikano”)

La Fiat 132 blu, all’interno dell quale è stato spinto Moro dai brigatisti, schizza via da Via Fani alle 9.03. Lascia dietro di sé cinque morti. Alle 9.23, la stessa auto è parcheggiata con cura in via Licinio Calvo (zona Balduina). La segnalazione è di una volante della polizia, che chiama la centrale. Qualche minuto più tardi a Piazza Madonna del Cenacolo (stessa zona, poco lontano), una donna sul marciapiede sotto casa vede arrivare un’auto scura, a forte velocità (la 128 blu, in dotazione ai brigatisti?) La macchina inchioda e ne esce un uomo con una divisa da aviere: ha in mano una ventiquattrore. L’uomo raggiunge a piedi un furgone 850 bianco, fermo sulla strada, vi getta dentro la valigetta. Torna alla macchina e preleva a due mani un borsone evidentemente pesante (le armi adoperate?). Le issa sul mezzo. L’uomo che lo guida accende il motore e parte. Parte anche l’auto scura con l’uomo in divisa e un altro alla guida. La donna sale a casa: sta per cominciare il giornale radio delle 9.30: l’eccidio e il rapimento sono in apertura del gr.

Completamente falsa allora la ricostruzione consegnata dal memoriale BR. Non c’è stato alcun trasferimento in piazza Madonna del Cenacolo. Moro non è stato fatto scendere e poi fatto salire sul furgone. Non c’era alcuna cassa a bordo, dove lui doveva essere rinchiuso per rimanere celato ad un eventuale controllo di polizia sul lungo percorso per via Montalcino. E se alle 9.23, Moro non era più sull’auto, adoperata per rapirlo, dov’era? Necessariamente vicino, molto vicino. Nei documenti della Digos, però, l’ora del ritrovamento della Fiat 132 blu, registrato dai tabulati della centrale di polizia alle ore 9.23 del 16 marzo1978, viene annotata alle ore 10.00. Una mezz’ora preziosa, ma un depistaggio inutile. Sia nelle ventiquattrore successive, sia due giorni dopo, si rintracciano le altre due auto usate dai brigatisti. Sono anch’esse parcheggiate su via Licinio Calvo. Già l’indomani, peraltro, dagli ambienti dell’Autonomia (estrema sinistra radicale) viene fatto filtrare un indirizzo: Via Massimi 91 (nello stesso quadrante delle vie citate). Indirizzo, che torna in una soffiata ad un ufficiale della Guardia di Finanza. Ci si mette pure Mino Pecorelli, il giornalista che anticipava i segreti, ucciso giusto un anno dopo con quattro colpi di una 7.65 di tipologia inconsueta. Nel suo abituale linguaggio criptico, Pecorelli scrive di una palazzina di 4/5 piani. In effetti, per la conformazione del terreno, a quel civico c’è un palazzo che da un lato conta cinque piani, dall’altro quattro e solo uno degli appartamenti ha un garage con l’ascensore che porta all’attico, il più alto della zona, lontano da occhi indiscerti, dove sarebbe stato facilissimo tirare su un tramezzo, creando un appartamentino.

Incastrati in uno sportello della Fiat 132, vengono rinvenuti inoltre residui di arbusti presenti sul percorso per Via Massimi 91, condominio singolare, all’interno di un comprensorio recintato. Di proprietà dello IOR, l’istituto finanziario vaticano, già amministrato da Luigi Minnini, padre di un sacerdote che tanta parte avrà nei 55 giorni del sequestro, per una (possibile?) trattativa finalizzata a liberare il prigioniero. Nel lusso, vi abitavano alti prelati, (il cardinale americano Marcinkus, legato alla P2 e alla Cia); cittadini di origine mediorientale, figure legate ai servizi nostrani e internazionali, altri americani, compresa un’ambigua società di copertura per attività inconfessabili. Vi risiedeva poi una coppia, il marito era un ufficiale della Nato, che aderì alla richiesta dei vertici americani (lo confermò lui stesso in un’audizione parlamentare) di ospitare nell’autunno del 1978, nientemeno che Prospero Gallinari (il brigatista di spicco del commando di via Fan). Abitò in quel condominio per tre mesi. Come si spiega? Chi ha voluto che stesse lì? E perché? Si aggiunge una donna tedesca, accreditata in Italia come giornalista, vicina agli ambienti terroristici della Raf, un’organizzazione della Germania Ovest, infiltrata dai servizi dell’Est: la Stasi. – Markus Wolf, il mitico e fascinoso capo della Stasi, a Berlino alla domanda di chi scrive, anni fa: “Eravate implicati anche voi nel caso Moro?” Con un sorriso enigmatico e gli occhi stretti in due fessure d’acciaio, sottovoce, rispondeva: “Moro? Italy is a special country.” Non volle aggiungere altro. - Birgit, la giornalista tedesca, all’epoca dei fatti era invece legata sentimentlmente al professor Franco Piperno, un fisico, figura di spicco di Autonomia Operaia, vicino all’ala moderata delle BR. Vecchia amica del professore, però, era anche Giuliana, figlia di Giorgio Conforto, un altro fisico, figura apicale del KGB, i servizi russi, vicini all’ala dura delle BR. Nella casa di Giuliana Conforto, l’anno successivo alla morte di Moro, saranno ospitati e dunque arrestati (la soffiata è di un esponente della malavita romana) i brigatisti Faranda e Morucci insieme alla Conforto, poi scarcerata.

Altro legame sia del padre, sia della figlia, benchè non riconosciuto in via giudiziaria, resta quello con Giovanni Senzani, noto criminologo, espressione dell’ala più oltranzista dell’eversione di sinistra (vicino alle BR, al KGB, alla Stasi, agli ambienti accademici implicati nella centrale d’intelligence internazionale, Hyperion, con sede a Parigi, intorno alla quale gravitava Mario Moretti, che sarebbe diventato figura leader ( un infiltrato?) delle Brigate Rosse, dopo l’arresto dei fondatori, Curcio e Franceschini, nel1974. Senzani potrebbe essere stato “l’inquisitore” al processo del popolo contro Moro, montato dalle Br, durante la sua prigionia. Ne aveva lo spessore culturale e il cinismo. Ma quale altro ruolo aveva ricoperto il professore? Era la figura centrale, la più spietata, del caso Peci, dove un giovane incolpevole, fratello di un brigatista, paga per il suo pentimento. Roberto Peci rimane sequestrato per pù di 50 giorni, come Moro. Sarà ucciso con modalità analoghe. Un unico ideatore per entrambe le operazioni?

Che lo statista possa essere rimasto sequestrato in via Massimi, 91, lo racconta anche il suo corpo. Dopo il ritrovamento in via Caetani del cadavere, all’esame autoptico, i tessuti della vittima risultarono tonici e la pelle pulita. Nessuna traccia delle costrizioni fisiche, che una prigionia nel loculo di via Montalcino, indicato in atti (poco più di un metro di larghezza per circa tre metri di lunghezza, con un water chimico ai piedi della branda, nessuna finestra) avrebbe comportato. Del resto, in quelle condizioni disumane, il presidente della Dc come avrebbe potuto concentrasi sui contenuti misurati in ogni parola, espressi nelle lettere che aveva scritto di proprio pugno e nel suo memoriale, che i brigatisti non avevano voluto subito diffondere? Sulla prigione di Moro si speculerà per tutti i 55 giorni del sequesto. Il nodo non è stato sciolto. In un’audizione in Commisione parlamentare, Alberto Franceschini, cofondatore delle BR dirà: «A Roma, senza la complicità attiva o omissiva dei servizi segreti nazionali ed internazionali (CIA, KGB, Mossad e tedeschi) Moro non poteva essere nascosto per 55 giorni». Ma cosa davvero disse e scrisse lo statista sulla terrazza di quell’attico? [segue]

Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 15 agosto 2026

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