Sei mesi per accertare ciò che in 48 anni non è stato accertato?! Impresa titanica. Ma la ricerca della verità, alimentata dal dubbio, è ragione di vita.
Chi ha sparato a Via Fani? Chi c’era oltre ai terroristi rossi delle Br quel 16 marzo del 1978, quando in un agguato fu trucidata la scorta e rapito il presidente Aldo Moro. In un’inchiesta giornalistica di quattro puntate, Carmen Lasorella indaga su uno degli eventi più oscuri della storia della Repubblica.
Sei mesi per accertare ciò che in 48 anni non è stato accertato?! Impresa titanica. Ma la ricerca della verità, alimentata dal dubbio, è ragione di vita. È “quel viaggio, dalla cronaca alla storia”, che deve continuare – citando Tiziano Terzani. Vale per il caso Moro, lo squarcio rimasto aperto nella vita della nostra Repubblica. Si ricomincia allora dalle testimonianze oculari che all’epoca dei fatti furono valutate in modo distratto o perfino ignorate, senza essere confrontate e sovrapposte (idem per i reperti balistici), dalle “terze presenze” mai indagate, in uno scenario di strage, subito inquinato, dove si affollarono investigatori eterogenei che si muovevano in autonomia, arrivando poi alla ricostruzione della strage sulla base del racconto degli stessi presunti assassini (i Br, Faranda e Morucci nel loro memoriale) rivelatosi dopo le tante inchieste promosse, volutamente incompleto e poco attendibile.
“La verità negata” sul caso Moro– come dal titolo del documentatissimo libro di Gero Grassi, uscito nel 2018 e aggiornato fino a quattro anni fa) – torna dunque al vaglio della magistratura. Il gup di Roma, Francesco Patrono ha accolto l’opposizione all’archiviazione, presentata dall’avvocato Nicola Brigida e dall’ex-magistrato Guido Salvini, in rappresentanza dei figli dell’appuntato dei carabinieri, Domenico Ricci, alla guida della Fiat 130 sulla quale viaggiava Aldo Moro, trucidato in via Fani insieme ai quattro colleghi della scorta: il maresciallo Oreste Leonardi, sul sedile anteriore dell’auto; gli agenti di polizia, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera Francesco Zizzi, sull’Alfetta che seguiva. Uccisi da chi? – Questa è la domanda alla quale si cerca una risposta convincente, fondata su prove ricostruibili, già che i dubbi restano. “Siamo passati dalle Brigate Rosse che hanno rapito e ucciso Moro a:in via Fani c’erano anche le Brigate Rosse.” A questo assunto era giunta la commissione parlamentare Moro2 (2014/2018), preceduta dalla Moro1 (1978-1983), dalle quattro commissioni Terrorismo e Stragi, che avevano approfondito aspetti della strage di Via Fani (1988,1992, 1994,1996) e dalla commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2 (1981-1984) presieduta da Tina Anselmi, convinta che per comprendere il caso Moro, non si potesse prescindere dalla P2. Nelle liste della loggia di Licio Gelli, strumento e capofila di un progetto eversivo, intrecciato ai servizi segreti (in prima fila americani e sovietici- commissione Mitrokin 2002-2004) e all’eversione nera (ricordate l’immagine delle due piramidi – sopra i mandanti sotto gli esecutori- che si toccavano nei vertici, con il nome di Gelli al centro?) erano indicati magistrati, militari, alti funzionari dello stato, dirigenti delle forze dell’ordine, politici, giornalisti, imprenditori. Una massa critica, nell’ambito di un piano capillare, per condizionare la storia del nostro Paese nel solco degli accordi di Yalta, approvati da Washington e da Mosca, in aperta antitesi al progetto di Aldo Moro, condiviso con Enrico Berlinguer, che puntava invece ad una “democrazia compiuta”, con al governo anche i comunisti, nel cosiddetto “compromesso storico”, pietra miliare di un futuro diverso per l’Italia. Con ogni probabilità, migliore. Ma la metastasi era dilagata, la cura velleitaria. Nel 1969, anno di nascita delle Brigate Rosse (“all’Hotel Stella Maris di Chiavari”, lo racconta uno dei fondatori, Alberto Franceschini) erano due le organizzazioni armate più attive: le BR, appunto, e Ordine Nuovo di estrema destra, assai più temibile. Nel 1977 erano diventate 91 e nel 1979, 269. (Fonte: La notte della Repubblica, 1992). L’Italia era nel caos, impregnata di rabbia e di paura. La strategia degli anni di piombo, inaugurata alla fine degli anni ‘60, stava portando al suo obiettivo: la destabilizzazione. Moro, “non un uomo da abbattere, ma da distruggere”, si legge a commento dei lavori della commissione Moro2, che oltre a quanto già indicato, adombra complicità internazionali e la presenza della criminaltà comune nella vicenda. Torniamo allora al 16 marzo 1978. Il presidente della Dc esce dalla sua casa, come ogni giorno. È atteso in parlamento, dove si voterà la fiducia al quarto governo Andreotti, un monocolore Dc, senza la presenza dei comunisti. Con un appoggio esterno? Il dibattito si annunciava infuocato. Di lì a poco, però, intorno alle 9 del mattino, il fuoco sarà di piombo. Scatta quel fulmineo attacco criminale (non arrivò a 200 secondi), lasciato filtrare in anticipo nei giorni, nelle ore, fino ai minuti precedenti da fonti eterogenee (intelligence, giornalisti, militari, messaggi da numeri riservati, perfino trasmissioni radio, detenuti, mafia), in una esecuzione spietata e millimetrica, accessibile solo a collaudati professionisti, quali le Brigate Rosse non erano. Quanti? Chi? La notizia della strage di via Fani e il rapimento dello statista interrompono la seduta parlamentare, accelerano il voto di fiducia (favorevole), e soprattutto indicano da subito una certezza: la strage porta la firma delle Brigate Rosse (gli inquirenti lo avevano già detto appena un quarto d’ora dopo alla signora Eleonora, moglie dello statista, giunta sul luogo dell’eccidio). “Unica” resterà anche la loro responsabilità per il calvario di “un uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico” – come lo definì il Papa di allora, PaoloVI.
In via Fani, angolo via Stresa, la 132 Fiat con Moro a bordo, seguita dall’Alfetta di scorta viene improvvisamente preceduta da una 128 bianca giardinetta, (porta una inusuale targa diplomatica) che impone una frenata allo stop dell’incrocio. Dall’auto scendono due brigatisti (forse tre, forse una donna), che imbracciano mitra corti e pistole. (alcune armi si incepperanno. Sul luogo però saranno rinvenuti 91 bossoli, tanti, eppure non si sa quanti andarono perduti). Altri quattro brigatisti in divisa da avieri, con berretti a visiera, sbucano dalle siepi sulla sinistra davanti al “Bar Olivetti” chiuso (ma pare che la saracinesca sia aperta). Sparano tutti. Colpi singoli, poi a raffica. Lo diranno i testimoni oculari, più di 30, sulla strada e sui balconi: spezzoni di verità diversamente circostanziati. L’autista di Moro, con una manovra disperata cerca di sottrarre l’auto all’agguato. Non ci riuscirà. Sarà ucciso, come uccisi subito saranno il caposcorta, maresciallo Leonardi, che non spara neache un colpo (?) e l’autista dell’Alfetta, l’agente Giulio Rivera. Ai lati della strada sono parcheggiate una Austin Morris Blu (a destra) e una Mini Cooper verdina col tettuccio nero, di fronte ad una 127 rossa (a sinistra), al posto del furgone del fioraio Spiriticchio, che ogni mattina parcheggia proprio in quel punto e che invece non c’è, perché nella notte le BR gli hanno tagliato le gomme.
Il fronte principale del fuoco sarebbe dunque solo da sinistra, mentre gli spari arriveranno anche da destra. Le BR lo negano, rettificando più volte le proprie deposizioni. Cosa, chi vogliono coprire? Sempre sulla sinistra, tra le due auto parcheggiate, accucciato, ci sarebbe un altro uomo, prestante, con una tuta scura e passamontagna, oltre ad una fascia o mascherina rossa sul volto, che da un’arma a canna lunga (30 centimetri, almeno, dirà una testimone) spara con precisione militare. “Per caso, un legionario?” I suoi colpi, dal basso verso l’alto, avrebbero freddato l’agente Iozzino, sceso dallo sportello posteriore destro dell’Alfetta. Colpito dal basso verso l’altro anche l’altro agente, Francesco Zizzi, al suo primo giorno di scorta, probabilmente sceso anche lui dall’auto, trovato invece agonizzante sul sedile anteriore destro dell’Alfetta, con la pistola d’ordinanza accanto. Lo sparatore esperto, insieme ad un altro uomo, “con la faccia che somigliava a quella di Eduardo De Filippo”, sparirà dal teatro della strage su una moto Honda 500, forse bordeaux, dopo aver perduto il caricatore del suo mitra. Nell’agguato, coinvolte due donne. Almeno dieci i brigatisti. Altri?? Di certo, un’azione coordinata da una regia militare, con verifiche minuziose sul posto. I colpi estratti dai corpi delle vittime non furono mai repertati, né consegnati ai periti. Moro, illeso, nonostante il volume di fuoco, sarà fatto salire dai brigatisti su una Fiat 132 scura, seguita da una 128 bianca e dalla moto. Tra i mezzi del parco auto BR, anche un furgone 850, sul quale sarebbe stato poi trasferito, all’interno di una cassa, il presidente della DC. Diretto dove? (segue)
Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno dell'8 agosto 2026
