L’inviato speciale degli Stati Uniti in Medioriente, Steve Witkoff, rispondendo alla domanda di una giornalista, ha detto testualmente: «in un modo o nell’altro, la questione sarà risolta certamente entro la fine dell’anno»
.Nel nuovo ordine mondiale non c’è posto per Gaza. Nonostante le proteste dinanzi alla «più catastrofica delle catastrofi umanitarie» (l’ultima ipocrita espressione usata nel vertice di fine agosto dei ministri degli esteri europei, conclusosi con un buco nell’acqua) nonostante le flottiglie in partenza, cariche di aiuti e di speranza, nonostante le lacrime e la rabbia dei cittadini del mondo dinanzi al genocidio del popolo palestinese, il futuro della Striscia sembra segnato. L’inviato speciale degli Stati Uniti in Medioriente, Steve Witkoff, rispondendo alla domanda di una giornalista, ha detto testualmente: «in un modo o nell’altro, la questione sarà risolta certamente entro la fine dell’anno». In un comunicato ufficiale, l’IDF, l’esercito israeliano ha definito «inevitabile» l’evacuazione di Gaza. Trump ha chiuso le porte dell’Onu alla delegazione palestinese, mentre a settembre, in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, molti paesi – anche europei – avevano annunciato il riconoscimento politico della Palestina.
Alla Casa Bianca è stato ricevuto l’ex premier britannico Tony Blair, dopo la politica, proiettato da anni sui grandi affari internazionali. Presente all’incontro, tra gli altri, anche Jared Kushner, genero di Trump e già suo consigliere nel primo mandato da presidente, lanciato sulle piazze finanziarie, immobiliari e tecnologiche che contano, molto vicino sia agli israeliani, sia ai sauditi. Avrebbero ragionato, pare, di un piano miliardario di investimenti per creare la Riviera di Gaza. Obiettivo, peraltro, conteso ma condiviso anche dalle petromonarchie del Golfo, dall’Egitto e naturalmente da Riad, che vorrebbero esportare su quella «costa del dolore» - come dovremmo correttamente chiamarla - il modello tipo Emirati ovvero stati senza diritto di cittadinanza per i suoi abitanti, ridotti a manodopera sottopagata al servizio dei ricchi.
L’ultima proposta di una tregua di 60 giorni sarebbe dunque miseramente naufragata. Era stata accettata dai guerriglieri di Hamas in cambio del rilascio degli osteggi e dei prigionieri palestinesi detenuti in Israele, avrebbe portato alla fine delle bombe sugli ospedali, forse avrebbe fermato l’assassino sistematico dei giornalisti palestinesi, oramai oltre 200 vittime in meno di due anni, che si accommiatano dalle famiglie prima di uscire col taccuino e sarebbe arrivato lo stop alle operazioni di terra dei tank, che spingono persone disperate e affamate in spazi sempre più insignificanti e inospitale a sud della Striscia, nella scia quotidiana di sangue segnata da decine di morti, tra cui troppi bambini.
La proposta è scivolata via nell’attesa di un «piano molto completo» – nelle parole sempre di Witkoff- volto a risolvere definitivamente la questione. Un sacrificio inutile, dunque. consapevolmente inutile. Vince la strafottenza del potere e del denaro, anticipata nelle immagini oscene della «Riviera di Gaza», immagini create con l’Intelligenza Artificiale e postate un mese fa dalla ministra israeliana dell’innovazione, Mila Gamliel. Prima ancora, nello scorso febbraio, aveva creato scandalo un altro video, diffuso però dall’amministrazione Trump, di cui si mostrava una statua tutta d’oro, tra grattacieli, pub e ombrelloni, mentre i turisti passeggiavano sorridenti, mano nella mano, come sul lungomare di Tel Aviv.
I palestinesi, che hanno pagato un tributo «andato ben oltre il principio della proporzionalità», nelle parole al meeting Rimini di Giorgia Meloni dinanzi alle 650 mila vittime di Gaza, avrebbero allora non una ma due chances: oltre all’esodo «volontario», si offre loro la possibilità di restare schiavi. Del resto, un piano per l’esodo palestinese da Gaza sarebbe stato predisposto dal governo israeliano già nei giorni successivi all’eccidio del 7 ottobre del 2023, in cui sono morti 1200 israeliani, mentre altri piani erano stati preparati a partire dagli anni ‘70. Dunque i conflitti millenari del Medioriente, già dai tempi dei greci e poi dei romani, che opponevano i giudei ai filistei e poi, nel secondo dopoguerra dell’era moderna, Israele al terrorismo arabo, finirebbero in una colossale speculazione immobiliare: La Riviera di Gaza per una clientela internazionale, gli insediamenti che si moltiplicano in Cisgiordania a vantaggio degli israeliani. Ci volevano gli americani e il loro supporto incondizionato al delirio di Netanyahu, per stravolgere la storia e cambiare la geografia.
Ma i sentimenti di un popolo non sono materia inerte, né muoiono. Possono seccarsi quando il terreno diventa troppo arido, eppure basta una goccia d’acqua a rigenerarli. Lo abbiamo visto e rivisto a tante latitudini. È il ciclo dell’umanità. Chi ha tanto sofferto, fa soffrire e non avrà altro scopo nella vita che la resa dei conti e il diritto ai diritti, anche al tempo dell’intelligenza artificiale e dei social.
Al «piano molto completo» di Trump, condiviso con Netanyahu, manca la visione strategica. Tolta Gaza ai palestinesi, cosa possono aspettarsi il Libano e la Siria e l’Iran, attaccata nel giugno scorso dai raid aerei israelo-americani, che peraltro non hanno creato grandi danni alle sue ambizioni nucleari? Le fiamme non si spengono. L’impunità rimane a termine, anzi, va aggiunto il costo degli interessi. L’isolamento internazionale di Israele, senza precedenti dopo i due anni di orrore a Gaza, può solo peggiorare. Aumentano gli ebrei, che prendono le distanze da Israele, impregnati di quella cultura che a Israele oggi manca. Sale il malcontento nel paese, facendo immaginare a qualcuno addirittura il rischio di una guerra civile.
Molto meglio non se la passa Trump, in rosso nei sondaggi. Benché padrone della comunicazione social, che è diventata pura propaganda, il tycoon arriva a immaginare di poter concorrere al Nobel per la Pace, mentre i nodi cruciali della sua politica arrivano al pettine. Le deportazioni di massa degli immigrati e la politica internazionale dei dazi sono stati bocciati da Corti federali americane, che li hanno considerati illegali. Lui ha subito annunciato il ricorso alla Corte Suprema, dove può contare sulla maggioranza conservatrice che ha fatto eleggere. Continua a mettere le mani sulle agenzie indipendenti dello Stato, licenziando i dirigenti che non lo assecondano, dalla Banca Centrale ai gangli dell’intelligence federale, facendo coriandoli dello stato di diritto federale e di quello internazionale, ma i ricorsi aumentano.
Intanto, il resto del mondo prova a organizzarsi. Nel recente vertice di Pechino, assente l’Occidente, Xi Jinping, dopo anni di gelo, è tornato a stringere la mano all’India di Modi. Putin è sceso dall’aereo, sfoderando il suo sorriso migliore, mentre la Cina, sorella maggiore della grande Russia, vigila sulle ambizioni dello zar, sdoganato invece da Trump a danno dell’Europa. E sotto il nostro cielo? Nel vuoto attuale, impoverito anche dei sogni, urge il risveglio. Malatemporacurrunt. Chiosava tuttavia Sant’Agostino, maestro e suggeritore di Papa Leone XIV: «Non ci sono tempi buoni o cattivi. I tempi siamo noi».
Pubblicato l'1 settembre su La Gazzetta del Mezzogiorno.
