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Quei palestinesi dannati e una donna, Francesca… che smacco per il tycoon.

Le sanzioni annunciate dall’amministrazione americana contro Francesca Albanese hanno creato un effetto paradosso.

Le sanzioni annunciate dall’amministrazione americana contro Francesca Albanese hanno creato un effetto paradosso. La relatrice speciale dell’Onu per la Palestina ha guadagnato la scena internazionale (non in Italia); le Nazioni Unite, (avevano già perso di peso, ma con Trump non rappresentano più il mondo) sono ritornate nei titoli dell’informazione globale; il rapporto scritto e presentato il primo luglio dalla giurista italiana: «Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio», ha trovato l’attenzione che i suoi precedenti rapporti su Gaza non avevano mai ottenuto. In aggiunta, dopo l’imbarazzante proposta del presidente Netanyahu di conferire il Premio Nobel per la pace al tycoon americano, esibendone la lettera inviata al comitato di Oslo, nel corso di una cena alla casa Bianca, (non mancava l’elegante brochure) la proposta del Nobel è arrivata per lei. Gira una petizione che sta facendo il boom sul web e che ha raccolto in poche ore decine di migliaia di firme di donne e uomini di tutto il mondo, di cui tante italiane.

Francesca Albanese ha ringraziato pubblicamente, commossa e nel post sui social, ha ribadito la parola per i più impronunciabile dinanzi ai massacri infiniti di Gaza e alle aggressioni dei coloni israeliani in Cisgiordania a danno dei palestinesi: «genocidio», documentato con dovizia di dati e di interviste, una tragedia da fermare, che si può fermare, il suo commento.

È il momento delle emozioni, sentenzierà il pragmatismo, che nel nostro tempo distratto e impoverito, consuma in fretta i buoni propositi e zittisce i ribelli. «Emozioni», del resto è una canzone, tra le più belle mai scritte: «seguire con gli occhi un airone e trovarsi a volare…stringere tra le mani qualcosa che è dentro di noi…» mitico Lucio Battisti, poeti e sognatori però non fanno la storia, dimenticando che la traccia che lasciano però resta indelebile e riaffiora. L’effetto rebound (significa «rimbalzo») è andato dunque oltre il previsto e per il momento fa premio sull’arroganza del sistema. Il potere paga pegno al singolo. Una donna si mette di traverso rispetto alla riconosciuta egemonia del potere dei maschi, capitanato da Trump, ma maschi e femmine, addirittura anche nel suo paese, la supportano! Un tiro mancino della vituperata filosofia «woke», sconfitta alle elezioni? Eppure la giustizia sociale e il pregiudizio razziale, calpestate dalle sue politiche anti-immigrazione, che sono arrivate alle catene e alla deportazione di afro-asiatici e sudamericani, proseguono nella sostanziale indifferenza: quei palestinesi, dannati della terra e una donna… che smacco! Potremmo commentare così, immaginando i pensieri dell’uomo che sta cambiando il mondo. Trump ha portato in politica i metodi spregiudicati, adoperati per anni nelle sue compravendite, giocando al rialzo, chiedendo cento per poi scontare a cinquanta, abituato a dare le carte, abile come i croupier che possono anche orientare il corso della pallina sulla roulette. Ha disorientato le borse e i governi, annichilendo l’ordine internazionale, eppure il caso Albanese è arrivato a dare ossigeno perfino all’Onu,quasi evaporato.

L’Organizzazione non tornerà certo a contare, ma intanto ha ritrovato voce e difende quel rapporto di cui accenneremo qualche aspetto. Intanto, con riferimento all’Onu, nato nel dopoguerra per volontà di Franklin D. Roosevelt, che aveva costruito intorno alle Nazioni Unite l’egemonia americana, fondata insieme sul controllo e sugli aiuti, che «non ci hanno portato in paradiso, ma ci hanno salvato all’inferno», citando la felice espressione di un diplomatico svedese, segretario dell’Onu della prima ora, se ne sente la mancanza. Il processo di riforma, con Trump, ha subito la definitiva battuta d’arresto, il diritto di veto delle super potenze nel suo Consiglio di Sicurezza (Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia e naturalmente US) ne svuota l’efficacia in ciascuna crisi. Opportunamente, allora, come altre volte, l’attuale amministrazione americana ha spostato il focus dai temi di politica internazionale all’economia. L’annuncio dei dazi per l’Europa ( si è aggiunto il Messico, grande mercato vicino per gli americani) è arrivato di sabato. Un post + una lettera personale inviata alla von der Leyen. Dal primo agosto, l’Unione Europea dovrà pagare il 30% sulle sue esportazioni e se dovesse reagire con dazi ostili, pagherà il doppio. Vale per tutti i Paesi, compreso l’Italia. Ma – scrive Donald ad Ursula- «La invitiamo a partecipare alla straordinaria economia degli Stati Uniti, di gran lunga il mercato numero uno al mondo… Non vediamo l’ora di collaborare con voi come vostro partner commerciale per molti anni a venire… potremmo valutare una modifica a questa lettera….». L’attenzione si è dunque tutta spostata sui dazi e sul negoziato che si aprirà ad arrivare al 1 agosto, quando, salvo cambiamenti possibili, le tasse sul commercio entrerebbero in vigore. Nello sconcerto generale, per le imprese e per il costo della vita, che ricadrebbe da subito su noi consumatori, rinviamo allora il commento sugli sviluppi della trattative alle prossime settimane, sperando che vada meglio di come è andata a proposito dei costi del riarmo, già incassati da Trump, insieme ad altri vantaggi importanti. Veniamo ai presupposti e alle prove citate nel rapporto firmato da Francesca Albanese, candidata da una petizione pubblica al Premio Nobel per la Pace. (Sarebbe rivoluzionaria la decisione, se fosse presa dal Comitato di Oslo. Verrebbe riconosciuto il sacrificio delle vittime: giornalisti, medici, volontari, bimbi, donne, prigionieri, morti a migliaia in meno di due anni di guerra. Più forte, però, sarebbe la narrazione «contro»: con accuse di antisemitismo, antiamericanismo, filo-terrorismo, ecc).

Il rapporto spiega l’occupazione israeliana di Gaza nei termini di «un progetto coloniale», condiviso e sostenuto da un apparato economico, tecnologico, industriale e ideologico, che avrebbe portato – secondo la relatrice – all’ economia del genocidio. Si legge nel rapporto: «mentre i leader politici e i governi si sottraevano ai loro obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana mirata all’occupazione illegale, all’apartheid, al genocidio». Settori chiave: l’industria militare, quella tecnologica, il sistema finanziario, le università, le imprese israeliane e multinazionali. La Albanese illustra dettagliatamente nomi e ruoli. Prevalgono gli americani, con accuse circostanziate alle big-tech, ma è significativa la partecipazione di aziende europea, nonché degli investimenti diretti e indicizzati delle istituzioni. Sono 39 pagine fitte e cruciali. Il testo è pubblico. Ciascuno può leggerlo sul web, in inglese. I commenti sono in italiano. A Trump, il merito della pubblicità.

Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 14 luglio 2025

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