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Un momento indimenticabile

07/03/2018

Mentre scrivo, a Crescentino, in provincia di Vercelli, si stanno celebrando i funerali di Mimmo Candito.  Ci sono anch’io, con la mia testimonianza e un profondo dolore. 

Lui era forse l’ultimo della generazione che aveva preceduto la mia sugli scenari delle crisi internazionali.  Eravamo la solita sporca dozzina di corrispondenti, che si ritrovavano in prima linea. I più navigati, i più giovani, la stessa passione. Il bello era che facevamo squadra, rimanendo ciascuno geloso delle proprie fonti e custode dei propri segreti. Scaramantici, un po’ guasconi.

Nei luoghi difficili nei quali ci siamo incontrati, in Africa come in Medioriente, ci salutavamo sempre con un abbraccio. Mimmo era un giornalista per vocazione, uomo schivo, gentile, determinato. Aveva l’entusiasmo di un ragazzo, che all’adulto concede solo l’esperienza e l’organizzazione.  Non avevamo i mezzi tecnologici di oggi, ma le notizie viaggiavano in fretta e trovavamo comunque il modo di verificarle. Si spartiva quel poco che c’era nei luoghi più disagiati e ci si sosteneva a vicenda nei passaggi più rischiosi.  Dopo aver spedito “il pezzo”, correvano i racconti, con le porte degli alberghi aperte fino a notte fonda. Intorno a un tavolo ci si accalorava nella discussioni, ma il giorno successivo saremmo ritornati concorrenti, benché sempre compagni.

Affiorano i ricordi, gli aneddoti, come quella volta in Congo sulle tracce dei Banyamulenge, mentre dilagava il colera e le milizie lasciavano i morti sul loro passaggio. Eravamo soli, giornalisti senza protezione, oltre le linee, impegnati a fare ciò che semplicemente ritenevamo giusto.  I fatti bisognava vederli, toccarli, annusarli. Eravamo lì per questo. Non erano prove di coraggio le nostre, ma avevamo il coraggio che serve a vincere la paura.

Voglio annotare un momento, che per me è stato indimenticabile. Dopo l’agguato che avevo subito in Somalia, dove era morto il mio compagno di lavoro, Marcello Palmisano, per settimane in Italia erano infuriate le polemiche sul prezzo dell’informazione. Vale la pena di morire per una notizia? Polemica stantia, abusata, perché sono morti in tanti e in tanti continuano e continueranno a morire nel mondo per far luce sui fatti, che altrimenti il potere aggiusta, quando non piacciono.  In quelle settimane sotto il fuoco micidiale dei cecchini nostrani, spietati contro di me, perché sopravvissuta e dunque testimone di quel agguato, i miei colleghi, la sporca dozzina, promossero un incontro pubblico. Si tenne nella sontuosa cornice della Certosa di Padula, nell’ambito del Premio Lamberti Sorrentino, voluto da un tenace avvocato del luogo, Angelo Paladino. Non ho mai dimenticato l’intervento di Mimmo. Aveva dedicato a me una lunga carezza, mentre per i soloni, che pontificavano dalle poltrone, era partito uno schiaffo: dovevano finalmente tacere. Trascorremmo due giorni insieme, splendidi. Quella volta la sporca dozzina aveva solo sentimenti da condividere.

Ciao Mimmo.