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Agata. Una grande mamma

15/10/2015

La signora Agata se ne √® andata in punta di piedi, come era nel suo costume. Aveva quasi novanta anni, ma non li dimostrava. Era stata lei a scegliere, negli ultimi tempi, di ritirarsi in una casa di riposo. Non¬† voleva essere di peso a nessuno, n√© voleva pi√Ļ pensieri, accettando serenamente quello che resta della vita. Io l'avevo conosciuta nel 2007, a Santa Venerina, in Sicilia, ai piedi dell'Etna, in occasione del premio Maria Grazia¬† Cutuli. Agata era la mamma di Maria Grazia. Ricordo ancora il sorriso affettuoso, che mi aveva accolto all'arrivo e l'abbraccio subito dopo. Ero una collega di sua figlia, una donna che come lei aveva incrociato la morte sul lavoro, in un paese lontano. Mi aveva stretto con tenerezza infinita, senza parole ed io avevo chiuso gli occhi, respirando quel contatto. Eppure, non avevo mai avuto occasione di conoscere direttamente Maria Grazia. Eravamo state negli stessi luoghi, in momenti diversi. Ero a Berlino, quando giunse la notizia dell'agguato in Afghanistan, nel novembre del 2001. Era una giornata fredda e nevicava: quattro giornalisti uccisi a 40 Km da Kabul.¬† Maria Grazia Cutuli, inviata del Corriere della Sera, il mio vecchio amico, Julio Fuentes del quotidiano spagnolo, Il Mundo, che avevo visto l'ultima volta in Africa e altri due colleghi della Reuters. Maria Grazia aveva giusto 39 anni, la mia stessa et√† al tempo dell'agguato in Somalia,¬† al quale ero miracolosamente sopravvissuta, solo sei anni prima.
In quello studio grigio di Berlino, mentre proseguiva il notiziario in  tedesco, mi sentivo come svuotata. Si chiudeva il primo anno di un nuovo secolo, non erano trascorsi che due mesi dall'11 settembre, con la lotta al terrore, appena cominciata e nelle guerre dove è normale morire,  nelle guerre dove perdono tutti, altri amici e colleghi erano stati uccisi. Effetti collaterali delle tragedie, purtroppo. Ma almeno, che non si ripetessero le solite polemiche o le teorie  complottiste.  Che finisse l'abuso di retorica, con le solite facce che fanno passerella,  mentre si invoca  il diritto/dovere d'informare. E poi...perché questo diritto/dovere dovrebbe toccare solo a chi la vita l'ha perduta oppure l'ha rischiata? In quella circostanza e negli anni a seguire, avrei invece apprezzato la compostezza della famiglia di Maria Grazia. Mai una dichiarazione dettata dall'odio; mai una parola per stigmatizzare i rischi, che in guerra rendono finalmente uguali le donne agli uomini; nessun accenno all'enfasi, che troppe volte fabbrica inutili eroi; escluso ogni protagonismo. Perfino il rifiuto di invocare una condanna a morte contro gli uomini che avevano ucciso. Benché la vita della famiglia Cutuli si fosse schiantata su quella strada bianca in Afghanistan, in un giorno qualsiasi del 2001, con Maria Grazia uccisa e suo papà colpito da un ictus poco dopo,  nel dolore che l'avrebbe segnata per sempre, insieme agli altri tre figli,  Mario, Donata e Sabina, la signora Agata non ha mai ceduto alla disperazione, né tanto meno alla rabbia. Anzi, é riuscita ad andare oltre. Insieme alla Fondazione, istituita con il contributo di RCS Quotidiani, Provincia di Catania e Comune di Santa Venerina, ha costruito un esempio concreto di speranza, proprio nel luogo dell'agguato.  Oggi, a 40 Km da Kabul, su quella strada dove nel 2001 erano stati uccisi quattro giornalisti, c'è una scuola. Si insegna a leggere e a scrivere e sui banchi ci sono bambini afghani. Anche i figli di chi ha ucciso. Il sogno di Maria Grazia, che interpretava il suo lavoro con meravigliosa passione,  non è morto con lei. Si può e si deve continuare a raccontare, ogni giorno, qualunque ne sia il prezzo. La memoria non é solo ricordo, é impegno. Principi che valgono a prescindere dalle latitudini.  Mi sovviene un'altra donna, un'africana, incontrata in in Rwanda, che aveva lo stesso nome.  Agath. Era di etnia tutsi e le avevano ucciso il marito è il figlio nel genocidio del 1994. Lei che era un'insegnante, si era rimessa in gioco come imprenditrice agricola per contribuire alla ricostruzione del suo Paese. Stringendo al petto, la foto che ritraeva i suoi cari, all'interno di un allevamento di polli, dove l'avevo incontrata, mi aveva detto: " Je ne voux pas penser a la haine, parce que a été  la haine  que a tue mon mari e mon fils.  Je voux  parler d'amour". Basta con l'odio, ora serve l'amore. Si dice che siamo quello che abbiamo imparato e ciò che abbiamo fatto, si dice anche che la differenza la fanno i buoni maestri che abbiamo avuto. Ma una madre e quello che ci ha donato? La signora Agata, ma anche Agath ci hanno offerto, fino all'ultimo giorno, una grande lezione di umanità.