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Perché l'Aquila ha dimenticato il nostro aiuto?

02/04/2015

“Non si può dimenticare così, chi è stato generoso con noi”.  Non aveva solo le lacrime agli occhi la signora Liliana, una figura minuta di mezz’età, quando ha pronunciato questa frase ieri all’Aquila: stava vibrando di rabbia. Personalmente, ero sconcertata. Vi racconto il fatto. Nell’imminenza del sesto anniversario del terremoto, il Gruppo Lucano di Protezione Civile, la principale organizzazione del settore dell’Italia meridionale, forte di oltre 5 mila volontari e di 230 automezzi tra leggeri e pesanti è tornata all’Aquila.  Sono arrivati in 100 nelle loro belle uniformi gialle, uomini e donne, giovani e anziani per presentare un libro, ma soprattutto per rivivere quei luoghi dove avevano trascorso giorni difficili eppure indimenticabili, ritrovando chi avevano conosciuto. Sulla locandina che pubblicizzava l’evento era indicata la partecipazione del sindaco Cialente, della senatrice Pezzopane, dell’assessore Mazzocca, del presidente Pietrucci, del signor Zaini, responsabile del Vas, che aveva curato l’evento, più il coordinatore del gruppo lucano, Beppe Priore e due ospiti in arrivo da Roma, il presidente della Fidas, Ozino Calligaris e la sottoscritta, che ha radici lucane. E’ stato un bel colpo d’occhio arrivando: la sala dell’Ance all’Aquila era quasi piena. Abbiamo preso posto. Guardando meglio tuttavia, anzi facendo la prova del nove per alzata di mano, scoprivo che tra il pubblico c’erano appena cinque o sei aquilani, mentre al tavolo dei relatori, l’unico rappresentante delle istituzioni abruzzesi era Mario Mazzocca.  Come si poteva cominciare senza il sindaco? gli altri ospiti e soprattutto senza i cittadini? Si doveva cominciare, non sarebbe venuto più nessuno. Immaginate la scena surreale: 100 lucani che arrivano all’Aquila dopo un viaggio di molte ore, un viaggio fatto a proprie spese, che riempiono una sala, che ascoltano se stessi sulla propria esperienza, raccontata in un libro. E immaginate lo sconcerto di fronte a quella platea di chi come il Dott. Calligaris, che si occupa dell’emergenza sangue o della sottoscritta, che quell’opera ideata in un racconto a fumetti l’aveva letta ed apprezzata, nel vuoto di emozioni e ricordi, ma soprattutto della gioia della riconoscenza. Gli unici a tirare dritto, invece, come se niente fosse, sono stati proprio loro, i volontari. Erano comunque contenti di essere lì. Erano stati tra i primi ad arrivare sui luoghi devastati dal sisma, nel 2009. Allora, erano stati in 55, un autobus, 3 automezzi fuoristrada, 13 mezzi pesanti con la logistica e i materiali e subito avevano cominciato a montare le 80 tende che avevano portato con sé, già alle 4 del mattino del 7 aprile. Quel giorno stesso, all’ora di pranzo avevano offerto un piatto caldo a 1200 persone. Nel campo Aquila Ovest, dal 7 aprile al 15 settembre, il Gruppo Lucano della Protezione Civile si era occupato di tutto: con turni di 45 persone a settimana, in tutto 1050 volontari si erano avvicendati per più di cinque mesi, provenienti dalla Basilicata, dal Cilento-Vallo di Diana e dalla Calabria. A Grassano, un comune in provincia di Matera, erano stati perfino ospitati alcuni giovani aquilani. “Quello che abbiamo fatto ci conforta – ha detto Beppe Priore – i terremoti distruggono le relazioni umane, noi non facciamo i volontari perché qualcuno ci chiama, siamo presenti nelle emergenze perché è necessario”. E questa è la filosofia raccontata nel libro, attraverso i tanti episodi della vita quotidiana, dove il valore del dare diventa contagioso. D’altra parte, hanno spiegato i lucani, noi siamo stati aiutati nel terremoto dell’80, da tanti, e non lo abbiamo dimenticato. Peccato, per chi non è stato presente, anche se poi è comparsa una targa e un saluto in rappresentanza del sindaco: è stata una straordinaria lezione di umanità. Passeggiando più tardi con i volontari nelle vie del centro dell’Aquila, con il buio che continua a rendere spettrali i profili dei palazzi ancora puntellati e le strade chiuse dalle lamiere, mi è sovvenuta una frase ascoltata a Beirut nella città morta. Era il 2006, con me c’era un regista libanese, che non aveva mai cessato di fare il suo mestiere, nonostante le tante guerre che hanno continuato a devastare la sua città: “Qui le pietre hanno un anima – aveva detto Sharif - e tra le pietre nascono i fiori e il loro profumo è portato dal vento in tutte le terre del mondo. Noi non dimentichiamo quello che accaduto, perché ci serve per ricominciare”. Nelle vie scure dell’Aquila, martedì sera, vibravano solo uniformi gialle nel vento ancora freddo. 

pubblicato su "Il Centro" il quotidiano dell'Abruzzo il 02/04/2015