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Mogadiscio, 1995

21/02/2015

I racconti, le analisi e i reportage, girati a tante latitudini, che saranno riportati in questa pagina – non per autocompiacimento, ma solo perché il passato serve a capire il presente ed anche perché la storia a volte si ripete -  si aprono con i fatti di Mogadiscio di 20 anni fa.  Oggi, 9 febbraio, si rinnova il dolore dei familiari di Marcello Palmisano, dei suoi amici e della sottoscritta, sopravvissuta a quel agguato.

E’ fuori luogo interrogarsi dopo tanto tempo sull’utilità o l’inutilità della morte per una notizia. Allora, furono feroci le polemiche e smisurate. La rassegna stampa di quei giorni, vide aperture a nove colonne, editoriali e notizie su tutti i giornali italiani, con una vis polemica degna di miglior causa. Perché? Perché il destino di due compagni di lavoro era stato diverso? Lui muore, lei vive. Perché sul sangue versato a migliaia di chilometri di distanza, nell'intreccio di guerre civili e di interessi, si sovrapponevano le risse nostrane, con una Rai in subbuglio, strattonata dai partiti e con nuovi padroni? Perché alcuni giornalisti Tv – in particolare le anchorwomen – godevano di una popolarità quasi da rock-star? Perché era recente il fenomeno di inviati Tv di sesso femminile in zona di guerra e ci si permetteva di criticarle in quanto donne? Perché erano state già troppe le vittime della Somalia, in un intervento multinazionale sostanzialmente fallito? Quali che siano state le ragioni, comunque, gli strascichi di quel agguato per me sono stati pesanti e dolorosi. Si sono succedute le inchieste della magistratura per indagare i responsabili ed io ho dovuto difendermi dalle insinuazioni di stampa con le querele. Ho perso molto in quel agguato, a cominciare da Marcello. Dinanzi alle strumentalizzazioni, le più ciniche, ho provato perfino più rabbia e sfiducia di quanta non ne avessi vissuta nei 38 minuti, in cui con Marcello eravamo rimasti sotto il fuoco dei cecchini. Io ero un testimone, non si poteva cavalcare l'onda complottista, che in tanti altri casi ha visto esercitazioni spregiudicate nel nostro Paese, dunque bisognava distruggere la credibilità del testimone, per aggiustare i fatti. Nessuno sapeva, allora, che quel agguato fosse stato ripreso dalle telecamere di un aereo americano e che anni dopo sarei riuscita ad ottenere il filmato. Le immagini raccontavano i fatti che avevo testimoniato, identici nella sequenza e nei dettagli.

Ma si era mai potuto arrivare a domandarsi se chi era sopravvissuta fosse responsabile della morte dell'altro? La condizione di pericolo, che corre chiunque si trovi in un teatro di guerra, dove sono in tanti a morire, era troppo ovvia per poter essere una spiegazione? E il mestiere dell'inviato, che ti porta sui luoghi (perché fa la differenza essere sui luoghi) per raccontare i fatti,  veniva mistificato: perché eravamo partiti? Andò avanti così,  tutti giorni, per due settimane di fila, poi si passò invece alla "celebrazione": grande coraggio, impegno, doloroso il sacrificio di Marcello.... altri fiumi d'inchiostro sui giornali: da bersagli ad eroi. Sempre sopra le righe.

In questi venti anni sono morti più di 1100 giornalisti, nelle troppe guerre del nostro tempo di pace. Credo che meritino rispetto e memoria. Si fa il proprio lavoro, cercando di vincere la paura, consapevoli del rischio. Guai ad immaginare, oggi, che le tecnologie possano sostituire i professionisti dell'informazione. Anche se si sono aggiunte molte altre fonti. Bisogna esserci e bisogna raccontare, senza lasciare ad altri professionisti, quelli del terrore,  il controllo della comunicazione. Va rappresentato l'ambiente dei fatti, perché non può esserci assuefazione all'orrore, perché bisogna dar voce ai deboli, che altrimenti non l'avrebbero, perché occorre denunciare l'inerzia e i silenzi. Mi piacerebbe che nel nostro Paese ci si interrogasse più spesso sul valore dell'informazione, sulla sua autonomia e sul suo prezzo, ricordando con sobrietà chi, per farla, ci ha rimesso la vita.

Nel caso di Marcello, tra l'altro, ho appreso da poco un particolare che credo ferisca tutti. Nell'ambito di un convegno a Roma sulla Somalia, organizzato dal Gen. Ramponi, che presiede il Cestudis, il Centro Studi Difesa e Sicurezza, è emerso che le vittime, ben 15, di quell'operazione sono state insignite della medaglia d'oro al valore militare o civile. Tutte tranne una: Marcello Palmisano. Prima della fine dello scorso anno, Ramponi ed io abbiamo predisposto un dossier, inviato a chi di competenza, affinché si provveda. Sono passati 20 anni, ma anche se tardiva, la riparazione è dovuta.

In pagina, trovate un estratto dalla trasmissione Tg2 Dossier del 2006, che mostra per la prima volta il video dell'agguato, girato dai militari americani e alcuni stralci dell'imponente rassegna stampa del 1995.