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Nel cuore dei fatti

10/10/2014

Il titolo che ho scelto per il mio intervento è "Nel cuore dei fatti", una frase diTerzani. L'ho scelto in omaggio alla sua passione, la passione per il suo lavoro, che poi è l'amore per la vita. Lo abbiamo detto e ripetuto: il mestiere del giornalista è un modo di vivere, non si declina seguendo uno schema, non può rimanere in una categoria.
A proposito di Terzani, non sono d'accordo sull'individuazione di periodi. Nella mia lettura, il suo percorso è unitario, coerente, lui ha vissuto un viaggio con destinazioni diverse. Certo, la vita cambia sempre, cambia il nostro sguardo nel tempo (anche un panorama non è più lo stesso se lo vediamo a distanza di anni, perché sono diversi i nostri occhi), ma cercare, cercare la verità, cercare di capire, approfondire e poi passare al racconto era nel suo dna, una cosa meravigliosa, la cosa più bella del mondo, che non puoi esprimere se non ce l'hai dentro.
Sia chiaro, questo non è facile, né rende la vita facile, ma non avrebbe potuto essere diversamente. D'altra parte, i fatti che capita di dover raccontare, il più delle volte, sono orrendi, provocano emozioni, responsabilità, sofferenza....sentimenti, però,  che non devono trasparire, non devono pesare sul mestiere, mentre ciò che hai vissuto continua ad accumularsi dentro di te, aumentando di peso, senza che riesci a dimenticarlo.
Una collega libanese, durante la guerra del 2006, una delle tante a Beirut, mi disse: "Quando si sta sulla scena, non si ha diritto di essere ottimisti o pessimisti. Bisogna solo recitare bene" . Certo, non si riferiva agli attori, ma al ruolo di ciascuno di noi, che va interpretato al meglio.
Pensando a Tiziano Terzani, avevo immaginato anche altri titoli per parlare di lui, altre frasi da lui pronunciate: "Mai con gli occhiali da sole" piuttosto che "I buchi del granchio" oppure ancora "Voglio morire in bocca a un coccodrillo". Espressioni tutte,  comunque, in linea con la sua forte personalità e nel dna dell'inviato, che resta tale ovunque, sempre esigente con la propria vita, al servizio di una scelta. Espressioni che uniscono il rigore e lo scrupolo del giornalista di razza, che vuole entrare nei fatti, sentirne l'odore e scavare come un granchio.   Terzani ha fatto il mestiere che era più vicino alla sua natura e il suo talento lo ha reso grande. Questo mestiere, al di là delle regole, delle linee guida che si possono imparare ad un corso di giornalismo, si misura sul campo. Non c'è nessuno lì che ti dica quello che devi fare, ti trae d'impaccio l'intuito, l'istinto e poi c'è l'esperienza, ma tutto questo non basta, se mancano la sensibilità e la deontologia.
In occasione di questo convegno,  sono andata a cercare le interviste rilasciate da Tiziano Terzani, oltre a riprendere in mano i suoi libri. Terzani non ha comunicato solo con la parola scritta, è perfino riduttivo fermarsi a quella. Lui era un magnifico comunicatore anche di se stesso. Con quella faccia avrebbe potuto fare l'attore. Aveva fascino da vendere. Non somigliava un po' a Clark Gable? Era un affabulatore, aveva carisma, conquistava, faceva innamorare..Io ho voluto risentirlo, rivederlo, ho voluto ritrovarlo in modo globale....
Oggi si parla del giornalista totale,  non più la differenza di una volta tra carta stampata e tv o radio. Grazie alle tecnologie, il giornalista informa in tempo reale con un articolo, le immagini, le parole. Lui, giornalista totale lo è stato "ante litteram" e in un modo più profondo, perché aveva la capacità di non smettere mai di lavorare, continuava a farlo in ogni momento, usava anche se stesso per farlo.
 Quando anche la propria immagine e l'empatia sono funzionali, sono uno strumento come gli altri e lui, consapevolmente, lo ha usato. Lo ha fatto con eleganza, senza la spocchia ottusa e la vanità dei tanti che oggi si esibiscono davanti ad una telecamera. La sua comunicazione era semplice, ma colta, diretta, gestuale eppure misurata. Catturava l'attenzione con lo sguardo, sceglieva le parole con cura, non impediva ai suoi sentimenti di manifestarsi, tuttavia tenendoli a freno.
Quanto orrore si vive su un teatro di guerra! Terzani, come tanti di noi era arrivato al senso dell'inutilità della guerra, che lascia tutti sconfitti, anche i vincitori.  In una guerra, ciascuno perde qualcosa.
Consentitemi una digressione. Addis Abeba, 1991. Ricordo una bandiera stracciata, sporca di sangue e di fango, che giaceva in terra, mentre intorno i carri armati delle truppe di liberazione avanzavano nel parco del Ghebì imperiale, con il dittatore Menghistu, che era appena fuggito. Ho visto questa scena: un soldato etiope, probabilmente di etnia amhara, e non molto lontano da lui un miliziano tigrino. Entrambi avevano i fucili spianati e gli occhi su quella bandiera. Per il primo era un simbolo da difendere, per l'altro da conquistare. Noi eravamo proprio nel mezzo, sulla linea di fuoco, il telecine-operatore  Romolo Paradisi, Pino Josca del Corriere della Sera ed io. Romolo ha urlato : "Giù! Giù!" Ci siamo buttati per terra, ma nessuno ha sparato. Entrambi quegli uomini sono rimasti fermi, hanno abbassato le canne dei fucili, oramai non aveva più senso. Quei due uomini, che fino a poco prima avevano ucciso e i morti erano ovunque, c'era ovunque un odore di morte, hanno capito che avevano perso tutti e due.
Terzani questo odore l'ha sentito, è stato testimone di situazioni estreme. Queste cose ti cambiano la vita. Il mestiere diventa usurante, senza che te ne accorgi, anzi mentre continui a pensare il contrario. Non è come se vivessi più volte?
"Un'indovino mi disse". La scaramanzia. È così ricorrente nel clan degli inviati: sul piano intellettuale la rifiuti, ma di fatto ti condiziona. Ho amato molto quel libro. L'ho sentito vicino. Terzani, anche in quell'occasione, ha realizzato un'opera straordinaria. Ha sublimato un'esperienza personale e quasi grottesca rendendola un messaggio universale. La debolezza, che diventa forza. La paura, coraggio. La semplicità, profondità. È vero, in questo mestiere ci sono feticci e si incontrano indovini, ma quanti li ascoltano? Quanti sanno farsi ascoltare?
Continueranno ad esserci i giornalisti, perché ci sono i fatti e ciascuno e figlio del suo tempo, ma altra dimensione è quella dei maestri, che vanno oltre il tempo ed è un dovere oltre che un piacere raccoglierne l'eredità. È una storia che continua, come continua la ricerca della verità. Non importa se la raggiungi, ma devi cercarla. È il moto a luogo, che crea energia. È il modo di vivere.
La vita cambia sempre, è una frase di Aung San Suu Kyi, che ho raccolto in un'intervista rubata a Rangoon, in Birmania nel 1998, quando la Signora, the Lady - come la chiamano - era ancora agli arresti domiciliari. Una frase, che Lei poi ha riportato in un suo libro, dove afferma anche che " la paura corrompe". Sono entrambe due verità e bisogna esserne consapevoli. Nel cambiamento e vincendo la paura ( che tuttavia si prova ) ci si misura con il proprio lavoro, che coincide a volte con la propria vita.
Terzani  ha preso le briglia della sua carrozza ed è andato per il mondo con gli occhi spalancati. Una condizione straordinaria, che è stata, appunto, la sua stessa vita. Un uomo che non si è accontentato, che ha continuato a farsi delle domande, che ha vissuto con "il cuore nei fatti".
Anche nell'era digitale, i giornalisti devono essere testimoni dei fatti, altrimenti non ha senso questo mestiere, si allontana dalle situazioni e dagli uomini. Bisogna toccarli i fatti, bisogna annusarli. Potranno tradirti gli occhi innocenti, ma non ti ingannerà il bagliore della collera e la luce del perdono.
Lui ha usato la metafora dei buchi del granchio. Uno strano animale, che cammina in modo strano, ma che va oltre la superficie sempre uguale della sabbia, negli infiniti cunicoli che incontra o traccerà, perché sotto la sabbia c'è un'altra dimensione, un'altra vita, un altrove, in una ricerca senza fine. Una ricerca, che in fondo non vuole arrivare da nessuna parte, già che in quel preciso momento sarebbe finita. Lui ci ha trasferito il bisogno di continuare a cercare e di raccontare, anche se tutto ciò è doloroso, se perfino aumenterà la sofferenza, quando ci si specchia in quello che si scrive, soprattutto se riguarda se stessi e il rapporto con i momenti difficili della propria esistenza.
Anche l'altra metafora "mai con gli occhiali da sole" da il senso del suo carattere: senza schermi, il suo coraggio, la sfida di guardare dritto negli occhi, perchè tante volte, in situazioni particolari, la "tua vita può essere legata a uno sguardo, dipende da dettagli - anche dalla fortuna- comunque il tuo comportamento può aiutarti o può perderti".  E Terzani sottende anche il grande tema della responsabilità del giornalista, che ieri forse era perfino maggiore di oggi, perché ieri erano minori le fonti.
Oggi c'è il citizen journalism, basta un telefonino, si lancia un tweet. Ma ai suoi tempi, Terzani era uno dei pochi che raccontava da paesi senza voce. La responsabilità, tuttavia, resta una componente essenziale di questo mestiere, nel rispetto della notizia e dei soggetti della stessa, che il più delle volte sono le vittime.  Come la responsabilità si estende alle immagini, che non sono mai neutre al pari dei fatti. Spesso il tormento del giornalista è quello di non essere riuscito a dare la dimensione delle situazioni di cui è testimone, da qui il bisogno di dilungarsi sulle cause e sugli effetti, ovvero su quanto precede e potrebbe seguire ai fatti. È necessario conservare il dubbio, perché il proprio è un punto di vista limitato, perché solo il tempo forse farà giustizia. La bellezza di Terzani è legata anche alla sua onestà intellettuale. Lui ammette che le cose viste, le persone incontrate, le opinioni ascoltate, poi non hanno prodotto il cambiamento atteso. Così, per esempio, rispetto al comunismo, che non ha cambiato il mondo. E in tempi recenti? per esempio, Piazza Tahrir? Credo che tutti abbiamo fatto il tifo per quelle ragazze e quei ragazzi che manifestavano in piazza, che comunicavano via internet, che avevano azzerato le distanze e le differenze culturali...ma gli entusiasmi si sono poi dovuti misurare sulla reale dimensione di quel fenomeno, meno profondo nel tessuto sociale e ideologico della realtà egiziana, di quanto non fosse stato trasferito dai media. E l'onestà intellettuale, avrebbe  dovuto suggerire un'analisi più lucida e se vogliamo più amara: non basta abbatterle le dittature, dal caos deve comunque emergere un nuovo sistema, possibilmente migliore.
L'ultima frase che vorrei chiosare : "vorrei morire in bocca a un coccodrillo" non si traduce invece nel suo ultimo viaggio. La sua natura anche guascone, epica, avventurosa lascia il mondo dei fatti per una dimensione interiore e insieme cosmologica .  Non diceva del resto Platone: come si può conoscere l'anima, se non si conosce l'universo? È per Leonardo, l'omo non era il mondo minore?
Però l'ultimo non è un altro Terzani, dal mio punto di vista. Quest'uomo imbevuto per trent'anni di grandi eventi, incontri ed inquietudini porta se stesso in un viaggio che esplora la  spiritualità. Ma anche in questo viaggio Terzani ci mette lo scrupolo, il rigore, anche lo scetticismo del giornalista...fa  le sue verifiche, confronta,  ascolta voci diverse, legge, approfondisce. L'inviato che ha raccontato il Vietnam, la Cambogia, ma anche la Cina, il Giappone, l'America sente di aver bisogno di tempo per questa corrispondenza  diversa da tutte le altre, questo impegno dove è in gioco  la sua stessa vita, con tutte le domande alle quali è mancato il tempo delle risposte. Terzani non ha avuto paura di viaggiare dentro  se stesso e dentro la sua malattia, indagando il senso dell'esistenza e di ciò che resta ignoto. Ci ha consegnato un'immagine sempre uguale e sempre diversa, fino all'ultimo ricca di armonia. Per me, Terzani è un testimone che continua il suo racconto, vincendo la paura, in una ricerca che ha spostato il limite sempre più avanti. È scontato il suo fascino sui giovani,  come si può resistere a quegli occhi che sorridono?

 

contributo al volume "TIZIANO TERZANI - GUARDARE I FIORI DA UN CAVALLO IN CORSA"