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Il capitale umano nell'era digitale

17/06/2014

Parlare di capitale umano, in tempi di risorse scarse, può provocare qualche sospetto di demagogia o apparire una scelta cool. Sul capitale umano Carlo Virzì ha giocato la carta della provocazione, con il suo noir brianzolo che ha stravinto al David di Donatello… la brava Valeria Bruni Tedeschi dice a un certo punto “avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto” io vorrei, molto più semplicemente, condividere un ragionamento sull’investimento mancato di questo capitale umano, sulla sua perdita annunciata, sull’equivoco, che nel nostro paese ha rotto il patto tra le generazioni. Dall’infanzia alla vecchiaia.

Figli che si aspettano una vita peggiore dei padri, anziani che vengono fatti sentire inutili, bambini che crescono con i bisogni, ma che non conoscono i desideri. Che c’entra la televisione? Che c’entra l’era digitale? C’entrano.

In Tv, troppe volte, abbiamo descritto un mondo senza raccontarlo e soprattutto quando ci siamo soffermati sui fatti, alla denuncia degli abusi non hanno fatto seguito la verifica delle soluzioni, la società civile è rimasta sullo sfondo, chiamata sempre in causa ma di fatto sempre esclusa.

Nell’era digitale abbiamo invece delle armi formidabili, che creano ponti e che possono migliorare la nostra esistenza, a patto però di farne un uso consapevole, uscendo subito dall’equivoco che si tratti di tecnologia, perché si tratta invece di opportunità offerte dalla tecnologia, direi di interruttori per accendere la luce. Steve Jobs diceva: la tecnologia serve a poco, se non ci sono persone capaci e positive che con gli strumenti offerti dalle tecnologie fanno cose meravigliose.

La faccio troppo facile? Voltaire diceva che il problema non è abbracciare le nuove idee, ma la sciare le vecchie. Se continuiamo con gli schemi e le categorie mentali di sempre, il ragionamento che vorrei proporre diventa inutile.

Proviamo ad immaginare una tv di seconda generazione, come di fatto diventerà, una tv che intanto ha moltiplicato l’offerta che è uscita dal televisore, utilizzando altre piattaforme distributive. In questa tv si potranno vendere o non vendere i pannolini o le dentiere, dipenderà dalle scelte sul binomio pubblicità/servizio pubblico, ma nella centralità della televisione, i nuovi media rappresentano un’occasione di sperimentazione e di servizi.

E’ già accaduto in una fase di passaggio e con strumenti diversi negli anni di Angelo Guglielmi. Non è in discussione la centralità della televisione, che è uscita dal televisore, ma che è in grado di ritornarci, bisogna solo prendere atto che è diventata una multi-TV e che dunque non la si può pensare alla vecchia maniera.

Lo hanno dimostrato i recenti mondiali di calcio: il successo della partita Italia-Inghilterra non è stato anche il successo della Tv pubblica con oltre 12 milioni di spettatori? e sul web? Sui nostri siti, le pagine viste nella giornata della sfida di Albione sono state oltre 20 milioni, e 150 mila italiani hanno visto la partita sugli smart-phone, sui tablet e sui pc. Ma di questo si è parlato di meno. E sui social è esploso il traffico dei commenti.

Questo non conferma solo l’importanza degli eventi, ma esprime la dimensione che viviamo oggi, dove è possibile condividere, dove si vuole partecipare, dove la tv pubblica, con modalità diverse, resta un aggregatore sociale.

Allora, tornando al capitale umano, perché non estendere la sperimentazione dai grandi eventi ai grandi problemi, alle macro-aree? Per esempio, il mondo del lavoro, della conoscenza, dell’innovazione? Sono bisogni primari, d’interesse collettivo. In ogni famiglia c’è un disoccupato o quantomeno un ragazzo che rischia di non avere diritto al futuro, o una donna impegnata ma impotente o un anziano, considerato solo perché porta una pensione.

La tv pubblica, con i nuovi media, (li chiamiamo ancora così?) la Tv pubblica che informa, che descrive i fatti, che intrattiene, che dibatte nei talk esaurisce il suo compito? Non dovrebbe porsi il problema di valorizzarlo questo capitale umano, valorizzando anche l’alleanza con i nuovi media??

Il telespettatore o l’user non possono essere chiamati solo ad esprimere una preferenza: mi piace, non mi piace; non possono intervenire solo per decretare il successo di un concorrente a un social o ad un concorso… in questo tempo di condivisione, di interazione, di partecipazione, e sui temi così centrali nella vita del paese, l’utente e l’user devono essere posti al centro dell’offerta (basta vedere il modello BBC per citarne uno a caso) e devono essere aiutati ad orientarsi. Bisogna dare loro la conoscenza di cui hanno bisogno, a cominciare da ciò che serve nell’era digitale e con un programma di alfabetizzazione digitale, che vada ben oltre le logiche dell’educational. Insomma, bisogna tracciare percorsi virtuosi, ma affascinanti, utilizzando una bussola, anche per i linguaggi.

C’era quella pubblicità con Virna Lisi, un simbolo di fascino e di eleganza, che diceva “con quella bocca lei può dire quel che vuole”. Con il linguaggio giusto e l’uso di codici corretti, la paura che alcuni hanno delle rete può diminuire, il sapere può diventare piacere, forza, entusiasmo, si può e attingere ai talenti, alla creatività, che appena li cerchi ti vengono incontro. E vanno affinati gli strumenti per farlo.

Dunque il servizio pubblico deve cambiare i suoi modelli culturali, valorizzando il capitale umano a cominciare dall’interno dell’Azienda. Come è varia la società, come diversi sono i linguaggi, così devono esserlo la tv e la sua offerta che passa dal web, senza paura di sperimentare. Senza steccati, trasversale nei generi e nel genere, dunque anche con una presenza femminile più robusta e che non ammicca, con i giovani accanto agli anziani, anche davanti alle telecamere. Forse non ho espresso un ragionamento, ma un sogno.

Intervento al convegno “Televisione e Internet: serve ancora un servizio pubblico?” Roma. Associazione degli ex-Parlamentari