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"Interconnessi e alla ricerca di un equilibrio, ma il digitale è fondamentale e ci salverà"

09/04/2014

Colloquio con Carmen Lasorella, giornalista e professionista della comunicazione, in passato inviata di guerra  e oggi presidente di RaiNet. "La rete? Come l'acqua per i pesci, ci nuotano dentro ma non si chiedono il perché. E oggi è forte il bisogno di appropriarsi dei vantaggi del web per il lavoro, per lo studio, contro l'emarginazione". E sul ruolo del servizio pubblico aggiunge: "In Rai sta per partire un grande progetto di alfabetizzazione digitale"

Ricorda L'ultima minaccia con Humphrey Bogart? Sono cambiati i tempi, ma il giornalista di razza resta un mastino dal cuore tenero. Uno che vive il suo lavoro come condizione di vita, pronto a tutto per una notizia, ma che non ha perduto la sua umanità. È un mestiere che richiede responsabilità e coerenza".

Carmen Lasorella non ha dubbi: il giornalista è un mestiere nobile e delicato. Ed è fatto di intuito, coraggio, impegno e di una buona resistenza fisica.

"Oggi però la comunicazione è profondamente cambiata, è frenetica, multimediale, le fonti sono aumentate, il giornalista deve essere capace di aggiungere qualità all'approfondimento", precisa Lasorella, che ha girato il mondo vivendo da protagonista i principali teatri di crisi internazionali, dall'Africa all'Asia, e poi Medioriente e Sud-America. Anche Carmen Lasorella sarà al Next, la Repubblica degli Innovatori venerdì 11 aprile al teatro Duni di Matera. Insieme ad altri giurati valuterà le sei start up turistiche in gara.

Presidente, cosa rappresenta il digitale oggi? 

"E' come l'acqua per i pesci, che ci nuotano dentro ma non si chiedono perché. Siamo circondati oramai da un'ambiente digitale: sotto un albero o in riva al mare abbiamo un tablet, ovunque il telefono ci avverte di un messaggio. La condizione di essere interconnessi e di poter usufruire alla scrivania, come in mobilità, di informazioni e di servizi è appunto come l'acqua per i pesci. Ci nuotiamo dentro, eppure non ce ne rendiamo conto. E molti immaginano il digitale ancora al futuro".

Quale è il ruolo del servizio pubblico in questa rivoluzione digitale?

"Presto il ruolo della Rai diventerà di riferimento nel digitale. Proprio l'altro giorno a Venezia, in occasione dello "Screening" promosso da Rai Trade, abbiamo ufficializzato un progetto in linea con le tradizioni e il ruolo del servizio pubblico: dinanzi al ritardo del Paese in questa era rivoluzionaria, la Rai si farà carico di evitare che diventi troppo tardi. Sta per partire un grande progetto di alfabetizzazione. Io di questo progetto me ne occupo da circa un anno, in qualità di presidente della consociata RaiNet e sono già passata al dettaglio di una proposta concreta".

Che tipo di percorso di alfabetizzazione al digitale andrebbe compiuto in Italia?
"Il riferimento al maestro Manzi resta puramente affettivo, pur se di grande apprezzamento, perché lui fu un innovatore nella tecnica e nel linguaggio di quell'alfabetizzazione post bellica. Oggi non si può pensare a un progetto educativo o meglio - dal mio punto di vista  -  non è questo che dovrebbe fare la Rai. Serve trasferire il piacere della conoscenza, passando per l'interazione e arrivando all'utilità della conoscenza".

Ma gli italiani, soprattutto quelli poco inclini alle nuove tecnologie e piagati dal digital divide, sono interessati a questo percorso?

"Lo scorso anno avevo commissionato un'indagine sul gradimento di un progetto di alfabetizzazione, e la risposta è stata straordinaria: gli italiani si aspettano che la Rai lo faccia, soprattutto nella fascia di età 25-44 anni, e a chiederlo sono soprattutto le donne e gli uomini del sud, anzi in particolare le donne. Dunque, traducendo, è forte il bisogno di appropriarsi dei vantaggi del web per il lavoro, per lo studio, contro l'emarginazione".

Che cosa rappresenta la rete?
"Stiamo vivendo un cambiamento continuo. Prendiamo la schizofrenia dei giganti hi-tech lanciati in una politica degli acquisti anche in campi lontani dal loro core business. Microsoft, Facebook o Google fanno shopping senza badare a spese, perché in questo mercato il concetto della sfida è esasperato, il dinamismo è la condizione per esistere, non fare equivale a tornare indietro. Ecco, la rete in questi termini può fare paura: non si fa a tempo a trovare un equilibrio, che è già cambiato. Personalmente, sono spaventata dalla disumanità della crescita, preferisco pensare allo sviluppo, che è armonia, benessere, dove al centro c'è l'uomo. I rischi non sono tanto le frodi Internet o le degenerazioni attraverso Internet, ma la perdita del senso del reale, la mancanza del limite, che è garanzia di infinito. Le opportunità sono e saranno straordinarie, ma dipenderà da come si sapranno interpretare. La tecnologia è e resta neutra, dobbiamo tenerci il tempo che serve per ragionare sui dubbi".

Che rapporto ha con la sua terra?
"Sempre più forte nel tempo. Credo che questo accada a tutti coloro che sono andati via molto giovani. E poi è diventato più esigente. Oggi invece sento il bisogno di contribuire al cambiamento oramai indispensabile in Basilicata, per evitare il collasso del sistema. Non si può andare avanti con piccoli aggiustamenti nel solco di una mentalità superata, che è giunta alle corde. Serve un salto. Credo che la tecnologia potrà giocare un ruolo determinante. D'altronde come diceva Steve Jobs con gli strumenti giusti si possono fare cose meravigliose"

Il messaggio ai giovani che restano e a quelli che vanno via dal sud-Italia e dalla meravigliosa Basilicata?

"Ai giovani che restano dico: non vi rassegnate. E dico la stessa cosa a quelli che sono andati via. Dobbiamo creare le condizioni per fare del sapere il petrolio della nostra terra. Di quello naturale la Basilicata è ricca, usiamo quelle risorse per valorizzare il capitale umano e ambientale".
 

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