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Non serve una rivoluzione delle ginestre

05/03/2013

La saggezza dei proverbi ci ha insegnato che le toppe nuove stracciano il vestito vecchio, eppure si continuano a cucire toppe nuove e comunque diverse   sul tessuto del nostro Paese e ancor di più sul vestito logoro di una regione del Sud. Non si può più tollerare che le belle storie, che al Sud appartengono, vengano sistematicamente cancellate dalla dittatura dei numeri col segno meno.  Oramai, assordano i silenzi che appassiscono il senso critico e rendono tutto accettabile.

 

Ci sono delle sfide che vanno raccolte e affrontate con passione civica, partendo da quelle risorse, che hanno consegnato la storia e le radici e che marcano l’appartenenza a un territorio. Serve a poco continuare a parlare di crescita –   oggi sulla bocca di tutti -  perché la crescita è misurata solo sull’aumento dei beni e dei servizi, dunque sul consumo che getta e frantuma. Si deve, piuttosto, tornare a dare spazio allo sviluppo, inteso come disegno unitario di una   comunità, che si espande nell’economia, nella società, nelle sue istituzioni, nel diritto e nella cultura. É nella fecondazione reciproca, fondata sulla responsabilità soggettiva e sui sentimenti condivisi, che si potrà perseguire un progetto. In sostanza, non si può più attendere – come suggeriva Kafka – “il momento giusto per svegliare il futuro addormentato”, perché il cambiamento è richiesto dai tempi e dunque ne va riscritto il significato, rieducandosi  ai sogni e scegliendo l’azzardo. 

 

La partecipazione dal basso è una grande risorsa e va usata. Vanno coinvolte le tante  teste e i cuori, capaci di scelte forti e a volte traumatiche, per un cambiamento prima di tutto etico e culturale, da opporre all’attuale degrado. Bisogna rivolgersi alla cosiddetta società civile. È questo soggetto, troppe volte abusato per somma o sottrazione, comunque   espressione di un territorio, di cui conserva i valori, filtrati dalla maturità e dai percorsi professionali, ma fertile alle passioni e capace di riconoscerle, l’unico che abbia la legittimità di intervenire all’interno di un sistema democratico. Per avviare una riflessione sui bisogni, sulle priorità, sulle alternative al declino, cercando il confronto per le soluzioni, dentro o fuori i partiti, bisogna   dunque ripartire dalla società. Ma deve trattarsi di una nozione allargata di società: arricchita, innovata, dunque assolutamente lontana, anzi antitetica allo strutturalismo xenofobo e localista di marca leghista. Il Sud, ad ogni latitudine, è per sua natura aperto, anzi è doppiamente aperto: nella direzione di chi arriva e di chi se ne va, laddove quest’ultima contiene in sé il rischio dell’emorragia.

 

La nostra è una terra di emigranti, con un bacino   molto più vasto dei suoi confini e di questo bisogna tenere conto. Un grande disegno per il futuro potrebbe diventare un accumulatore di energia: rinvigorirebbe chi è giunto e chi è restato, attrarrebbe chi è partito e chi vorrebbe tornare, farebbe bene   anche a chi non può o non vuole. La concretezza di un impegno sincero fa miracoli.

Anche la sfiducia indolente o rabbiosa dei giovani è in attesa di un segno per un cambiamento possibile

La nostra  terra sulla sponda  Nord del Mediterraneo,  a differenza di quanto é avvenuto e continua ad accadere, in un processo incompiuto, sulle sponde a Sud, come l'Egitto o la Tunisia nel nord dell'Africa  (come sono relative le nozioni Nord-Sud appena si modificano i paralleli! ) non ci sono dittatori da abbattere, non integralismi, non squilibri radicali tra aree urbane e periferie rurali. Non ci sono la miseria e la fame, benché la povertà sia condivisa e soprattutto sia condivisa la marginalità politica e l’espropriazione delle risorse. Non ricorre l’eterogeneità dei popoli, raggruppati per etnie in strutture claniche, moltiplicate dai numeri. Non si considerano spazi sterminati, misurati dal vento. Nel “nord-meridionale” di una regione italiana, semi-spopolata e limitata nell’estensione, quale é la Basilicata, non serve una “rivoluzione delle ginestre”, che conquisti il palazzo e lo bruci. Da noi, il nemico da abbattere é solo lo status quo, declinato nella mancanza di futuro, a causa di un sistema immobile e senza domande. Un sistema  che si é logorato e corrotto, che è diventato intollerabile e che dunque va cambiato.

É lecito, allora, ragionare per progetti, formulando ipotesi nuove e nuovi soggetti. D’altra parte, a porci di fronte a questa necessità è  la vita stessa, perché non esistono situazioni immodificabili, perché è vero l’esatto contrario.

 

I grandi personaggi della nostra recente storia repubblicana, e prima ancora quelli del processo unitario o coloro che hanno combattuto il fascismo, percorrendo la strada del riformismo, da Don Sturzo a Turati, ci hanno insegnato la coerenza e l’onestà delle scelte, pagandole di persona. Le loro, erano grandi visioni, articolate nel tempo e nello spazio, anche se visioni elitarie, che abbracciavano la vita delle nazioni e non degli uomini. E’ tuttora un piacere ripercorrerle attraverso i loro scritti

Questi gesti e queste visioni, con il prezzo che comportano, dovrebbero tornare a contare, nel respiro che serve, benché l’epoca che stiamo vivendo sia frenetica e massificata. Anche in passato la corruzione e i clientelismi erano duri da estirpare, ma sono stati combattuti e in parte sconfitti. Non possiamo rimanere ostaggio di chi abusa del potere, puntando come è ovvio alla sua conservazione. Con i mezzi di cui disponiamo, oggi si può diventare più forti della "casta". Ed è falso che ci si muova tra generazioni indebolite o perdenti.

Allora, perché lasciare al populismo il vantaggio delle armi multimediali, aumentando la confusione fine a sé stessa? Perché non rispondere allo scetticismo di chi ha rinunciato, con la positività di proposte concrete, dimostrando come anche sotto il nostro cielo il cambiamento sia possibile, senza considerarlo un’iperbole?

 

Non servono eroi, ma facce credibili, con forti doti di comunicazione e nuove modalità utili a rappresentare i progetti studiati e condivisi. Bisognerà parlarne in uno, dieci, cento forum sulla rete, si proietteranno immagini nello spazio virtuale o in teatro, si ascolteranno le testimonianze. Ci saranno spot radiofonici, televisivi. Si useranno slogan, tweet, magari i flash-mob, naturalmente, le canzoni. Una buona idea non si offende se sarà trattata come un detersivo, perché anch’essa serve a fare pulizia. E quanto più sarà venduta, tanto più sarà forte. Né la faccia di chi la venderà sarà sminuita, perché ne diventerà lo specchio. Se un’efficace comunicazione può farti credere a promesse taroccate o ti fa acquistare prodotti inutili, se non dannosi, perché non potrebbe essere usata, catturando progressivamente l’entusiasmo, per diffondere un progetto affascinante e credibile, che vuole costruire il futuro? 

 

A noi sono toccati orizzonti più vicini, con tempi più corti e distratti. Ora servono la chiarezza dei messaggi e il coinvolgimento “interattivo” delle comunità pronte o almeno sensibili a riceverli. Ma pur assumendo il passo della nostra era, interpretandone i sentimenti e imboccandone i percorsi innovativi, saranno   sempre  la forza delle idee, la passione e la ricerca dei mezzi  necessari, a contare veramente.

Da troppo tempo, siamo spettatori stanchi di proposte scadenti, raffazzonate nell’imminenza di scadenze elettorali. E’ velleitario immaginare uomini e donne presentabili, mossi da sentimenti forti, pronti ad osare, che si raccolgano intorno a un obiettivo e comincino a discuterne? Non dovrebbe essere normale arrivare alla presentazione di un progetto, dopo uno studio di fattibilità, verificando in corso d’opera l’entusiasmo che suscita?

 

La differenza la fanno le narrazioni.

“Le narrazioni”, un’espressione bellissima. I saperi, le emozioni, le suggestioni, i pensieri, che diventano racconto. Un tempo nel chiarore incerto del fuoco, con gli occhi incantati sulle vampe improvvise o sulla brace rassicurante, oggi intorno a  un caffè, in un teatro, in una piazza e soprattutto attraverso il “net”.

Si può suggerire un metodo: offrire subito le opinioni alla critica ragionata di chi legge, che a sua volta viene chiamato subito ad esprimerne altre. Commenti che si intrecceranno, che arricchiranno le esperienze, che aggiungeranno visioni, sottese di passioni espresse o appena accennate, comunque nel segno della positività. Chi si considera parte di una comunità, che sia sui luoghi o lontano, deve scambiare i propri pensieri e mettere a disposizione i propri talenti, affinati dalla competenza, immaginando insieme il futuro possibile per la propria terra.

C’è dunque un principio da raccogliere per provare ad approfondire e ad allargare la riflessione, quasi che fosse un sasso che allargherà i cerchi nello stagno.

Già molti lucani hanno scritto della bellezza, della memoria, dell’identità, del sudore, delle braccia, dell’ingegno, che sopravvivono magicamente da secoli in questo lembo grezzo di diamante, esplorando orizzonti più ampi. Così come è già noto il credito dei lucani verso la storia unitaria per le ingiustizie patite e le occasioni mancate, sintetizzate dal lucano Francesco Saverio Nitti. (lui non sapeva neanche del petrolio). Ma in tempi più recenti, sono cominciati i viaggi “coast to coast” alla ricerca di se stessi, che potrebbero proseguire cercando gli altri per arrivare ad altro (anche Nitti potrebbe essersi sbagliato). E sull’esempio di Zanardelli, il viaggio potrebbe portare a un nuovo intervento straordinario, costruito però questa volta direttamente sulle risorse locali. Sia naturali - che non mancano- sia soprattutto umane.

Non è più il tempo degli indugi, né può scoraggiare la paura dei briganti, di casa in questa terra, perché il pericolo comunque resterà sempre in agguato.

“La famosa frase: “Cristo si è fermato ad Eboli”, con ironia, è stata anche chiosata così: “....bisogna  andarlo a prendere”.

Io, con fede e ragionato ottimismo, aggiungo: “tracciamo la strada” 

 

dalla postfazione al libro di Paolo Albano "I pesci non sanno l'acqua"