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Il luogo dell'eleganza

23/09/2012

Il luogo dell’eleganza?! Si resta perplessi dinanzi al tema assegnato. Con riferimento alla Basilicata, soccorrono altre immagini: un luogo aspro, forte, fiero, con le note, forse, della malinconia nel secco delle gole di pietra, perfino struggente, certamente bellissimo, ma non pensi all’eleganza. Di che cosa si dovrebbe parlare? Non è facile trovare le risposte. Ma un bisogno, probabilmente inconscio, deve aver dettato il tema. Un bisogno così profondo, che non è ancora definito e che sta cercando di emergere, provando a specchiarsi per riconoscersi.  

Anche questa terra vuole andare oltre la superficie, oltre i luoghi comuni, oltre la mediocrità, che ha allontanato le soluzioni.

Per decenni si è declinato l’isolamento della Basilicata. Una piccola regione di mezzo tra regioni più grandi – la Campania, la Calabria, la Puglia – con una storia condivisa, eppure appartata. Il profondo sud nel sud. La povertà assolta nella rima con l’onestà. Le solitudini e i silenzi. La rassegnazione, con le sue ipoteche sul futuro.

Si comincia, dunque, a sentire l’urgenza di accantonare l’ignoranza, perché l’ignoranza ha segnato i passi perduti intorno a un’isola che non c’è,  senza che fosse l’isola di Peter Pan? Eppure nei lunghi inverni, la neve si è ammassata alla neve, mentre la crosta dei pregiudizi diventava più spessa del ghiaccio. Forse, è il bisogno che preme  - e dunque l’invito - a riprendere il viaggio cost to cost,  unendo all’ironia dell’artista, che ha tracciato un cammino, inseguendo il suo sogno, l’orgoglio e la passione per un obiettivo prossimo, civile?

La realtà oggi  è diversa, a dispetto di come viene rappresentata. Comunque, le radici sono rimaste al riparo e la pianta può tornare a dar frutto. C’è quel che serve per cambiare. La Basilicata come luogo dell’eleganza può trovare allora il suo senso, perché l’etimo del termine significa stile, capacità, dunque scelte. La Basilicata, come luogo dell’eleganza , perché è il tempo di farle queste scelte.

Nell’era dell’informazione globale, dello scambio frenetico di immagini e contenuti dai cinque angoli del pianeta, dell’omologazione delle mode e dei comportamenti, sullo sfondo delle culture, delle fedi e della storia, come si fa a spiegare ad un giovane nato in Europa, in una regione del Sud come la nostra, che dopo anni di studio o dopo aver imparato un lavoro non avrà le  opportunità del suo coetaneo nelle stesse condizioni ad appena qualche centinaio di chilometri a nord o al di là del confine?

Come si fa a chiedergli di vivere l’orgoglio delle sue radici nel cuore della Magna Grecia, e così i contrasti e i fermenti nella corsa dei secoli, per quasi duemila e cinquecento anni fino alle soglie dell’unità d’Italia, quando Giustino Fortunato scriveva “di botto fummo cacciati nell’era moderna” se la modernità per questo giovane lucano significa oggi rinuncia? O quel che è peggio, denigrazione dei suoi valori, della sua appartenenza?  Se poi hanno vinto i barbari?

La crisi complessiva - perché è di una crisi di sistema che si tratta, come accade periodicamente nella storia degli uomini –  non giustifica tutto, non assolve. In questa stagione di passaggio, sociale, economico e politico, i grandi cambiamenti e le grandi sfide verso un nuovo auspicabile equilibrio, si esprimono infatti nelle scelte particolari.

Pur nella necessità di un’inversione di tendenza generale, il futuro, in sostanza, resta nelle mani degli uomini e delle donne, a tutte le latitudini. Non ci sono soluzioni per l’Africa, ma soluzioni per i paesi dell’Africa e non possono essere prese in America o in Europa, perché si è dimostrato che non funzionano. Né i problemi del Medio Oriente possono prescindere dagli stati che ne fanno parte, da sempre contrapposti, ma  con la stessa storia, che li riguarda.. E l’immensa Cina, che sta conquistando il mondo, deve misurarsi con le sue contraddizioni interne, oramai anch’esse immense e con le strategie delle potenze in Asia, altrimenti il rischio è l’implosione.

Il trionfo della globalità, dunque, che porta il rischio dell’omologazione senza identità, sta via via riscoprendo il valore delle differenze.  E la forza dell’ingegno, oltre al coraggio della protesta stanno disegnando nuovi scenari.

Non importa se il passaggio è lento, come nella lontana Birmania, o se la sua accelerazione improvvisa comporta conseguenze dolorose, come è accaduto nei paesi della primavera araba, soprattutto in Siria. Comunque, è quella dinamica che cambia il corso degli avvenimenti, che lascia le sue date nella storia, che segna il passaggio dei tempi.

E basta sfiorare la tavoletta di Steve Jobs, che ha portato il suo genio sul tuo dito per indicare la luna, oltre quel dito. Un tocco ti porta dove vuoi, sempre sui fatti, con i commenti in tutte le lingue che conosci su ciò che vuoi provare a capire.  

Putin ha vinto di nuovo e governerà forse per un altro decennio, ma la sua Russia, raccontata in decine di corrispondenze è profondamente cambiata e perfino lui, al ghigno del KGB ha dovuto sostituire una lacrima, fermata da un click.

In Italia, nel generale scetticismo, è pur finita un’era durata 16 anni, lasciando cocci e nessun rimpianto. Anzi, l’insofferenza verso i politici.

In Usa, la partita per il dopo Obama è aperta e se pure non portasse a un secondo mandato, quel presidente nero avrebbe rotto un tabù. Lui così atletico, rassicurante, eppure con lo sguardo che sembra diventato stanco. .

E la crisi finanziaria, l’attacco all’Eurozona: tra i grafici e le cifre, mostra mille ricette per lo stesso problema. Ma il valore del particolare e il senso del cambiamento prevalgono anche nelle cose di tutti i giorni.  

Non è una rivoluzione, per esempio, quello che sta accadendo nella famiglia o nella società ? Se un uomo illuminato come il Cardinal Martini, a margine delle polemiche sulle unioni di fatto e omosessuali, teorizza che più diritti e giustizia per tutti, non tolgono giustizia e diritti a nessuno, significa che qualcosa sta cambiando perfino all’interno delle istituzioni religiose. E proprio Benedetto XVI, dopo trenta anni, promulgherà le nuove norme penali della Chiesa, dopo le violenze e gli abusi che, nonostante l’ombra del trono di Pietro, la cronaca recente ha documentato.  Sugli altri fronti del monoteismo, invece, i fondamentalismi guadagnano terreno, anche per i troppi errori commessi dall’Occidente ai danni dei popoli che credono in Allah o che lo combattono nel nome della Torah. E la miscela potrebbe diventare esplosiva, se non cambieranno i numeri, che negano i diritti, senza ricchezza.

Ma tornando a quel giovane lucano, che non accetta le spiegazioni e scuote la testa alle domande. L’identikit lo vede disoccupato, sotto i trent’anni, formato nella sua terra, dove ha casa e amici, una laurea in tasca o un mestiere, hobbies: la musica e la poesia. Potrebbe diventare uno scrittore di successo o un ingegnere o il fondatore di un’impresa, perché no un calciatore. Per l’anagrafe, invece, è solo un precario. Eppure, in lui si sommano i costi degli studi, dei servizi, le spese sanitarie, quelle sportive, i suoi consumi, la rendita di posizione. Quel giovane lucano non lo sa, perché vive l’esatto contrario dinanzi a troppe porte chiuse, ma lui è un capitale, è quella risorsa preziosa, che si chiama “capitale umano”.

Perché nel calcolo della ricchezza, la voce “prodotto interno del sapere” non viene calcolata? Perché in una regione che ha scuole di ogni ordine e grado e da trent’anni un’università, nata dalle macerie del terremoto, questo investimento resta improduttivo? Quanti lucani, impegnati nella formazione, docenti e intellettuali, ma anche gli uomini e le donne che si dedicano alle professioni o ai mestieri non pensano che quel capitale vada valorizzato, perché in tempi di crisi anche il lavoro cambia e nascono nuove opportunità, solo che le si voglia cogliere e incentivare? Ha senso costruire panchine al sole, se gli anziani fanno oramai i babysitter? Ha fatto il suo tempo, in sostanza, il refrain di una piccola regione del sud, ferma in attesa e dimenticata.

Nel distacco sempre più marcato di investimenti e di politiche rispetto al nord, è ora che ci si ingegni e ci si arrangi con quello che si ha. Le risorse naturali non mancano: sopra e sotto terra. La bellezza, poi, appena sposti lo sguardo lontano dalle colate di cemento cittadine e dagli abusi improvvisi nei panorami, è ovunque.  Paesi sperduti, con strade impossibili, che tuttavia difendono la loro identità e i talenti legati alle antiche tradizioni, raccontate sui portali internet. E da mare a mare, coast to coast dallo Jonio al Tirreno, trovi i segni di una coraggiosa tenacia arricchita di storia e di sapori, che scendono dalle foreste potentine fino alle pietre calcaree del materano. E c’è la grande sfida dei Sassi, ostinati nella gara tra le capitali della cultura; l’orgoglio di chi denuncia e non rinuncia, accettandone i rischi. Ma su un territorio di appena diecimila chilometri quadrati, con una popolazione scarsa che continua pagare lo scotto dell’emigrazione - dove il rapporto tra chi è partito e chi ritorna resta in perdita - proprio in questa fase di passaggio e di difficoltà bisognerebbe ritrovare il senso di un progetto comune. Prima la Basilicata e poi il resto. E ritrovare anche il senso della responsabilità condivisa, che partecipa e sceglie. Dentro e fuori la regione, nell’appello ai tanti lucani, uomini e donne, che non negherebbero un atto d’amore alla propria terra.  

Un modello, uno stile: l’eleganza, appunto.

Sollevando lo sguardo sulle vallate, che si aprono tra le montagne verso il Pollino, ma anche nel panorama delle colline di  Melfi o dalle parti delle Grancie  ai piedi di Albano, senza attendere a lungo, s’incrocia il volo ampio del falco. E’ il simbolo di questa eleganza, lì, nel suo cielo lucano.

 

da "Basilicata. I luoghi delle narrazioni". Catalogo delle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia pubblicato dalla Regione Basilicata.