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Là dove il falco vola alto

15/06/2012

Intervista a Carmen Lasorella. Una guida autorevole per riscoprire “i luoghi della qualità” e l’anima vera dei territori in Basilicata.

 

Quali sono i luoghi e i paesaggi che maggiormente la legano alla Basilicata, non necessariamente quelli più famosi o conosciuti? E quali sensazioni in particolare questi luoghi suscitano i n lei?

Le immagini, che subito mi vengono incontro, sono le montagne e i calanchi. Pietra e creta, dunque. E poi i boschi e le ginestre che si fondono con loro, sotto il cielo terso. Per me, incarnano il senso della mia terra. Dura, gentile, ricca di colori. Sono i luoghi dei primi ricordi e di tanti ritorni, sono la nostalgia. Eppure, mi stupisco ogni volta, li scopro di nuovo quei luoghi, benché con occhi diversi, forse più tristi: sia io, sia loro intanto abbiamo perduto qualcosa. Per anni, arrivando dall’autostrada del Sole, alla svolta per Sicignano, sentivo quasi uno strattone e ripetevo un gioco. Subito dopo il tunnel, che si spalanca sull’Appennino lucano, alzavo lo sguardo: i miei occhi cercavano un falco. Probabilmente da quelle parti ci sono diversi nidi o forse è una buona zona di caccia. Lo giuro, di lì a poco, puntualmente, lo scorgevo: il falco volava alto, elegante, per me era un saluto ufficiale, il bentornata a casa. Una volta, un bell’esemplare si è perfino posato sul selciato, un centinaio di metri davanti la mia macchina, in solitudine, come spesso accade sulla superstrada, salvo poi involarsi daccapo, ma abbiamo viaggiato insieme per un tratto. Ultimamente, non è più accaduto. Ultimamente, ho anche cambiato strada. Scendendo da San Marino, dove attualmente lavoro, lungo l’adriatica, arriva la pianura. Ci sono le grandi pale eoliche, giusto sul confine con la Puglia, naturalmente il vento e la terra sembra molle, bagnata. Gli orizzonti sono pastello e più ampi. Solo più avanti, verso il Vulture, le tinte tornano forti. Non lo sento, ma immagino il profumo dei vigneti, penso alle porte colorate di Barile, ai giardini di Melfi. Se mi concentro, rivedo lo sguardo strabico dei due Laghi di Monticchio. Me li ricordo proprio così, strabici, dall’alto del Vulture.

Lei conosce le città di Potenza e Matera. Si somigliano? Come le descriverebbe?

Sono diverse. Potenza, dai suoi ottocento e passa metri di altitudine, dà l’impressione di guardarti dall’alto in basso. Matera ti accoglie con una periferia disordinata, ma è subito magnifica e non sei ancora arrivata ai Sassi. Ho vissuto a Potenza la mia infanzia e l’adolescenza, è lì la casa dei miei genitori, conosco tutti i vicoli del centro, la Villa Comunale, le chiese, ma è come se Potenza con il terremoto dell’80, che pure ha saputo superare, abbia perso una parte della sua identità. La percepisco come una città “scentrata”, con la cintura di cemento che la stringe nei nuovi quartieri, più pesante anche per l’assenza di spazi verdi e passeggiate. Come capoluogo di provincia era e resta la città degli uffici, tuttavia paga il prezzo della marginalità progressiva del Sud, impoverito nella sua cultura, con minori prospettive. Credo che per Matera, la città dove sono nata, forse sarà più facile. E’ avvantaggiata dalla posizione, baricentrica, e con i Sassi ha una risorsa unica, che dimostra anche di saper valorizzare.

In un’intervista ha dichiarato di ricordare in maniera particolare l’odore della carne al cartoccio che mangiava quando era una bambina. Può descrivermi quali sono i sapori e gli odori ai quali associa immediatamente la sua terra natale?

Quel cartoccio di bocconcini di capretto alla brace, lo mangiavo in un paese che si chiama Grassano. Ha presente quei paesi bianchi sulle colline del Sud? Grassano è la cartolina di un artista, sembra dipinto. Penso al profumo del pane cotto a legna, con la crosta grossa e la mollica scura;  alla pasta fresca, che una volta veniva stesa su tavole di legno davanti alle porte, perché il sole l’asciugasse. Penso alle verdure saporite, ai legumi. Nella dispensa di una cara persona, che chiamavo zia Francesca, c’erano i profumi delle soppressate, dei provoloni, dell’origano, della salvia e insieme quello dei biscotti: grosse ciambelle ricoperte di glassa o pani di burro, uova e farina, profumati alla vaniglia. Mentre lo dico, ho fame.

C’è un piatto della tradizione culinaria regionale che le manca di più o che magari continua a preparare anche se non abita più in Basilicata?

A Natale, da noi si fa il baccalà con l’indivia, l’uvetta sultanina e i pinoli. Lo faccio comunque a Natale, dovunque mi trovi. Ottime sono anche le torte rustiche di Pasqua: formaggio primo sale, ricotta, salame, prezzemolo e una bella pasta sfoglia, spennellata con il tuorlo dell’uovo e poi pizzicata con la forchetta Anche la famosa pastiera napoletana ha una versione lucana, che è meno dolce e profumata, ma credo che la differenza la faccia la ricotta, più fine e leggera. 

Se dovesse consigliare a chi non è mai stato in Basilicata un luogo che sia in grado di rappresentarne al meglio l’identità e l’essenza, quale indicherebbe e per quali motivi?

Direi, vai sul Pollino. Non solo è bellissimo dal punto di vista naturalistico, ma preserva il genio dei luoghi. L’atmosfera è particolare, il tempo sembra fermarsi, l’aria è purissima e s’intravede il mare. C’è poi qualcosa di unico. Sa cos’è un pino loricato? E’ una pianta plurisecolare, altissima, con una corteccia fossile, levigata come la pelle di un bambino, di un grigio chiaro, che sembra argento. Sono rimasti in pochi, questi giganti, ma è un’immagine che non si dimentica.  

Cosa le è rimasto dentro della sua regione di appartenenza?

Le radici.

Lei è spesso stata testimonial di iniziative promosse dalla sua Regione. Quali aspetti della Basilicata vorrebbe fossero evidenziati in Italia e non solo?

Il suo potenziale turistico. Parafrasando una campagna di qualche anno fa, che per pubblicizzare il marchio di un liquore lucano, giocava sul doppio senso di un maschio nerboruto, virerei il messaggio al femminile:” cosa vuoi di più dalla vita?”  La Lucania! Una fata dei luoghi, sicuramente c’è. 

 

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