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Una penna in campo per la solidarietà

17/10/2007

Non è la prima volta che mi occupo di calcio. In Germania nel 2002, nel mondiale che ha escluso l’Italia, mi è toccato da corrispondente di raccontare le atmosfere e le gioie degli altri. Molti anni prima, nell’84 mi ero cimentata con il Mundialito, dagli studi tv di Roma. Ancora, una serie di manifestazioni di cui il ricordo è vago, a Firenze… a Milano… a Parigi…

Flash comunque, in una carriera spesa su altro, il fondo di una passione da tifosa, nata proprio a Potenza sugli spalti di quello stadio Viviani, dove mi portava mio padre, bambina, con la nostra squadra in serie B.

Tornare a parlare di calcio e a proposito dei rosso/blu lucani, di cui scrive in questo libro Pino Gentile, è dunque qualcosa di più di un piacere, emergono i ricordi, le emozioni.

Ero orgogliosa di accompagnare alla partita mio padre, il mitico capitano del Potenza degli anni più duri, quelli a cavallo della fine della guerra. Prestante e perennemente abbronzato, nella sua naturale eleganza sportiva, la pipa aromatica che rimaneva a lungo accesa. In quel ambiente maschile, mio padre era il mio campione. La considerazione di cui godeva – gli altri gli si facevano più vicini, nel frastuono, per ascoltare i suoi commenti sul gioco – mi portavano “a studiare” la partita. Ero attentissima. Seguivo i passaggi di ogni azione, mi accanivo per i falli subiti, mi disperavo per i tiri sbagliati, urlavo per i quasi goal. Volevo che guardasse anche me, mio padre, che fosse fiero di me: non sarei stata il suo erede in campo, ma ne avevo ereditato la passione. E finita la partita, nelle parole accese sulle gesta dei Boninsegna, dei Bercellino e dei Carrera, mi appiccicavo al suo fianco, allungando quei passetti di otto anni, per restare proprio al centro del gruppo dei grandi, nel flusso che correva fuori dai cancelli.

Mio padre, per tanti, a dispetto dei decenni intanto trascorsi, è restato il capitano del Potenza, mitico perché erano anche i tempi della guerra e dell’inizio della speranza, con la guerra appena finita. Ho citato la storia di mio padre, perché mi faceva piacere, naturalmente, ma anche per un altro motivo. Il segno che lasci, resta tanto più forte, quando più forti sono   la motivazione, il momento e i valori, che riesci a far passare. Pino Gentile con il suo libro ha compiuto un’operazione meritevole e preziosa, ma la sua finalità va oltre. Intanto ha raccolto con scrupolo le cronache di una squadra come il Potenza, che ha conosciuto a metà degli anni 60 una stagione esaltante, poi la normalità, a seguire il declino; ma credendo nel suo rilancio, forse finalmente possibile, vuole che l’entusiasmo, che magari tornerà ad infiammare i tifosi lucani, non finisca o peggio non si schianti sugli spalti. Gentile pensa a un progetto legato alla solidarietà.  Il calcio, che in Italia dilaga nelle cronache sportive, proprio per questo, è uno sport con una responsabilità in più. E’ quello che arriva più lontano, che coinvolge le folle più numerose, che muove più interessi. In questa stagione di carestie etiche, porre la questione, anche a proposito di una squadra, che ricomincia a sognare – dopo aver vivacchiato nelle divisioni inferiori -  porla tra i suoi sogni, è quel valore aggiunto che farà la differenza. Ne sono sicura. Sono stata testimone di effetti straordinari del binomio sport-solidarietà. Non mi riferisco alle grandi campagne strombazzate dai media o alle “partite del cuore”, che pure qualche merito ce lo avranno. Penso all’impegno tenace di quanti vivono i propri problemi non come limiti, ma come una pista ad ostacoli da superare.  L’energia smisurata di chi è disposto a mettersi in gioco fino in fondo, per tagliare un traguardo, magari in carrozzina, magari senza poterlo vedere, è un assegno in bianco. Lo metti in tasca, sai di averlo, puoi riempirlo con la cifra che ti servirà, puoi esigerlo quando vuoi. Assistere a una gara di disabili, che oggi va di moda chiamare diversamente abili, (suggerirei di considerarli solo persone e atleti magnifici) è uno choc positivo, direi una riserva di carica, che può aiutarti ogni volta che ne avrai bisogno.   Puoi vincere i traumi che subisci e ricominciare. Se ce l’hanno fatta loro?

Loro non bluffano, non “vippeggiano”, non cedono alle lusinghe della vanità o del denaro. Loro stringono i denti e vanno.

Ho conosciuto di recente un ragazzo, si chiama Andrea Stella, 27 anni, di Vicenza. Avrebbe potuto essere un campione di calcio. Atletico, bello, ricco.  Una sciagura, una mattina, gli ha tolto l’uso delle gambe. Andrea, da sempre sportivo, vinta la depressione, è andato a vela. Andrea, le braccia le ha forti, guida un catamarano e ha ingaggiato un equipaggio di amici, anch’essi con i problemi più diversi (vista, disagi motori, distrofie,sclerosi ) con cui fa regate. E vincono. La sua battaglia comincia dall’esempio: - “Possiamo andare per mare, perché sulla terra ferma ci considerano degli handicappati? Perché, con uno studio mirato dei bisogni di un velista cieco o storpio o ammalato, si riesce a attrezzare una barca, mentre sulla terra ferma non si riesce a costruire una vita più accessibile? Perché devono farci sentire diversi?”

E un mio amico, Giuseppe Trieste, presidente del F.I.A.B.A,  il Fondo italiano per l’abbattimento delle barriere, che concorre all’organizzazione delle para-olimpiadi, anche lui in carrozzina dopo un incidente, è un accumulatore di energia. – “Carmen, perché non riusciamo a far passare il messaggio che lo sport non fa differenze?” - mi ha chiesto più volte- “ Perché restano para-atleti? Perché? Non sono loro oggi i veri custodi dei valori più autentici della competizione sportiva?” – e conclude ogni volta sconsolato – “La tv e i giornali ci considerano di serie B. Sbagliano la comunicazione, oltre a metterla negli orari o nelle pagine sbagliate.”

Non posso che dargli ragione, né trovo come giornalista, che di queste cose vorrebbe poter parlare in un grande spazio dedicato, con una comunicazione appropriate e soprattutto con un linguaggio finalmente diverso, quella sensibilità che muove i palinsesti Tv. Non più gli stessi fino alla noia, ma più vicini ai cambiamenti del nostro tempo.

Ho divagato? Eravamo partiti dalla squadra del Potenza, che ora gioca in C1 e nella prossima stagione forse…non lo diciamo per scaramanzia. Mi fa piacere pensare che la squadra di una città non più sconosciuta ai più, anche se a seguito di movimentati fatti di cronaca giudiziaria, possa trovare lustro in positivo. Con i risultati, certo, ma anche con il valore aggiunto di una sfida nel segno della solidarietà. Quella che non distingue.

Nella pittoresca fantasia campana, mi è capitato di imbattermi una volta in una squadra dilettante di calcio, che avendo come sponsor un’agenzia di pompe funebri, prima di cominciare la partita faceva un giro del campo dietro una Mercedes station-wagon con le tendine viola e la croce. Gli avversari esploravano tutto il loro corredo di scongiuri e li vedevi che si muovevano in campo a disagio. La squadra intanto guidava la classifica. Perché non studiare qualcosa non certo lugubre, anzi gioiosa, ma altrettanto efficace? Non ci sono solo le aquile dei biancazzurri o i bambini con le maglie dei campioni.

Dopo la lettura del libro di Pino Gentile, i cui proventi saranno destinati all’AISM, l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, si potrebbe pensare a un segno, a una presenza, a un gesto da ripetere in ogni partita. Si direbbe: è una squadra di cuore, che gioca per vincere anche i pregiudizi e contro l’indifferenza.

 

Prefazione al libro di Pino Gentile "Il pallone rotola là dove ti porta il cuore"