Devo moltissimo alla famiglia, agli anni della formazione, alla mia terra. I miei genitori sono stati un esempio: simpatici, dignitosi, innamorati. Gente del sud, ricchi di valori, non di pregiudizi. Mio padre uno sportivo, già combattente, poi avvocato nella pubblica amministrazione, mi ha insegnato l’importanza della lealtà e il rispetto per gli altri. Aveva il dono dell’empatia e tanto coraggio. Mia madre,  farmacista e insegnante, si era guadagnata la laurea da orfana e ha continuato a conquistarsi ogni cosa con grande impegno per tutta la vita. Al suo giudizio, faccio riferimento tuttora.

Ho avuto un’infanzia serena, vivace, anche birbante. Poi tante e buone letture, anche in biblioteca, molto sport, le corse in motocicletta, una dune buggy, costruita con gli amici più grandi in officina, il pianoforte, la voglia di teatro e i primi tacchi. Collaboravo alle iniziative culturali del liceo di Potenza Q. Orazio Flacco e ai giornali locali: “Il Nuovo Corso, Il Corriere, la Gazzetta del Mezzogiorno”. Della mia Lucania ho la nostalgia dei colori intensi, dei rapporti semplici, del volo del falco. Ho cominciato a partire appena adolescente e sono andata via, che avevo 18 anni.

Nel periodo dell’università a Roma ho vissuto nei collegi delle suore per “le studentesse del sud”. Ne ho cambiati tre, allergica agli orari e ai tavoli delle mense, ma non usava allora l’appartamento. Poi ho conosciuto una persona speciale, M. Maria Teresa Alberti della Compagnia di Maria Nostra Signora,  testimone di una fede limpida, amica di lunghe chiacchierate a tarda sera, che non mi ha fatto mancare la sua ferma dolcezza, fino agli ultimi giorni della sua vita.

Sono stati comunque anni avidi: dormivo pochissimo e vivevo di mille curiosità. Frequentavo mostre, teatri, conferenze, non mi occupavo invece di politica, benché il caso Moro e i 55 giorni del suo sequestro, in quell’atmosfera di piombo, con i comunicati numerati delle BR e le lettere scritte di pugno dallo statista, nell’insostenibile inerzia dei poteri, mi abbiano segnato profondamente, fino ed oltre il tragico epilogo del 9 maggio del 1978. L’anno successivo ho cominciato a collaborare con la Rai.

Mi ero appena laureata in Giurisprudenza con 110 e lode e con una tesi di forte attualità: “Il Diritto all’informazione e i mezzi di diffusione radiotelevisiv, in Italia e all’estero” ovvero dal monopolio pubblico delle emissioni radiotelevisive all’avvento delle Radio prima e delle Tv private poi, nel confronto comparato con le legislazioni europee. Ero a Roma e cercavo lavoro. Fui chiamata di corsa dalla sede regionale della Basilicata: c’era il premio letterario e si era creato un problema. Me la sentivo di intervistare i finalisti, di presentare la manifestazione e di preparare uno speciale? Quando?  Entro 48 ore. Chiesi che mi facessero trovare a Potenza i libri delle sezioni in concorso e le schede degli autori. Sarei partita subito. Passai la notte a casa a leggere e a prendere appunti. Avevo appuntamento con la troupe al mattino presto, dovevo raggiungere Matera con Mario Luzi, il grande poeta.

E’ stata un’emozione straordinaria visitare i Sassi con lui: ci siamo inoltrati tra i vicoli, sulle scale, fino al belvedere, un mix di poesia e di cavi tv. Un’emozione, che resta viva nella mia memoria perché è stata la mia prima intervista televisiva e con quale personaggio! e in quale luogo! la mia bellissima città natale, dove non ero mai vissuta e dunque che conoscevo appena. Luzi fermò quell’incontro in una Poesia struggente che mi avrebbe inviato molti anni più tardi. La giornata proseguì con Alighiero Chiusano e con Leonardo Cuoco. Poesia, storia ed economia, in sequenza. Poi trucco veloce e parrucco, quindi il palco del premio, di quell’ottava edizione del 1979 per due ore filate. Non ce la feci a cenare quella sera, né feci colazione l’indomani,  ma sveglia all’ora di pranzo mangiai per due. Da quel tour de force nacque uno speciale tv di un’ora, il mio primo lavoro per la Rai.

Sarei rimasta precaria fino al 1987, più di otto anni.

E’ stato positivo però quel precariato, perché ho fatto molti mestieri. I miei erano contrari a quella vita disordinata, che sembrava non avere sbocchi. Non mi guardavo intorno?! Le mie coetanee avevano una professione, marito e figli. Per un periodo ho lavorato in uno studio come procuratore legale: ecco, si poteva fare…, ma non mi interessava.  Il rinnovo incerto dei contratti mi ha spinto poi verso altri impieghi e ho continuato a studiare. Mi ero iscritta a Scienze Politiche e ho seguito un corso in Scienze Economiche alla Sapienza. Collaboravo già a pubblicazioni economiche: “Lavoro e Informazione” di Gino Giugni, “Piccola industria” edita dalla FederLazio, “Specchio Economico”, “Espansione”. Ebbi contratti di collaborazione anche all’agenzia Ansa, redazione economico-sindacale, esteri e Dea ( il centro documentazione e ricerche dell’agenzia) e poi  alla vecchia SIP, oggi Telecom, dove ho potuto partecipare al progetto della prima edizione intranet d’informazione in Italia nel campo delle telecomunicazioni. Eravamo sulla soglia degli anni ’80 e io avevo 25 anni, tanti sogni e pochi soldi, ma non mollavo, dovevo costruire le condizioni per il salto verso la professione.

Non avendo “entrature” familiari o politiche nel mondo del giornalismo, dovevo puntare su un ambito specialistico e poco affollato. Continuai ad approfondire i temi economici, arrivando ad occuparmi di informazione tributaria. Quando nel 1982, il quotidiano economico “Il Globo” tornò in edicola con la direzione di Michele Tito, ebbi il mio contratto da praticante. Sede prestigiosa all’Ara Coeli, un progetto ambizioso, nuove tecnologie, grandi professionisti, alle spalle una cordata Eni. Ero entusiasta, la prospettiva della Tv sembrava accantonata.. In quel nuovo giornale c’erano solo spazi da riempire ed era il primo quotidiano in Italia video-impaginato e teletrasmesso. Fu un’esperienza h24, ricca di stimoli e di amicizie, con le giornate che finivano all’alba sui prati di Massenzio, nell’indimenticabile estate di Nicolini.

Ma la vita de “Il Globo”, che già era nato e risorto più volte in passato, non sarebbe arrivata ai quindici mesi e a me ne mancavano poco più di tre per completare il praticantato e dunque fare l’esame da professionista. Trovai soccorso nel direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Peppino Giacovazzo. Avrei potuto completare i diciotto mesi nel suo giornale, però da lontano: la presenza in sede avrebbe dato nell’occhio, suscitando polemiche. Naturalmente non sarei stata assunta.

Arrivai all’esame, superai gli scritti, appena prima degli orali però arrivò un telegramma, la mia ammissione era sospesa a causa di una denuncia: dall’Ordine di Bari mi accusavano di falso. Le polemiche, dunque, erano montate benché fossi rimasta lontano, anzi proprio per quella ragione, già che la legge prevede la presenza in redazione. Cosa dovevo/potevo fare?! Rischiavo di rimanere tagliata fuori, dopo essere arrivata finalmente sulla soglia della professione. Mi precipitai in Puglia per incontrare il presidente dell’Ordine regionale. Perché si accaniva così contro una giovane collega?Avevo lavorato regolarmente e avevo firmato gli articoli che erano stati pubblicati, mi affacciavo nella redazione romana del giornale, un Direttore certificava il mio impegno, si trattava solo di tre mesi…Fu un incontro ruvido, già che non avevo niente da perdere, ma servì e la denuncia venne ritirata. 

Finiva l’83.

I nuovi contratti in Rai, furono da giornalista professionista, benché precaria.

Andai a Milano per un colloquio nella sede de “il Sole 24ore”, con il direttore Locatelli. Per l’assunzione avrei dovuto trasferirmi al nord. Preferii restare precaria a Roma. I contratti si rinnovavano e finivano, erano di pochi mesi. Finalmente, riuscii ad avere una sostituzione per maternità, che durava un anno. Era il terzo contratto al Tg2. Di lì a poco, il Tg  sarebbe passato dalla direzione di Zatterin a quella di Ghirelli.

Antonio Ghirelli, anticonvenzionale, estroso, sensibile e soprattutto un uomo deciso. Con lui era arrivata aria nuova in redazione. Il mio contratto era in scadenza, si affacciavano dei raccomandati. Chiesi un colloquio. Lui mi fece fare una prova in video, poi mi ricevette: “Si’ na’ bella ‘uagliona  e c’hai stoffa, vuoi condurre il Tg?” Una precaria alla conduzione del Tg2?! Senza quel colpo di mano, chissà come sarebbe andata. La Rai fu costretta ad assumermi, era il giorno del mio onomastico: 16 luglio 1987.

Nell’estate di quello stesso anno, il 1987, cominciava la mia carriera d’inviato.

Eravamo a fine agosto e naturalmente con la redazione sotto organico, c’era da seguire l’operazione Golfo1: i cacciamine italiane avrebbero partecipato allo sminamento delle acque tra l’Iran e l’Iraq. Io ero al chiodo e disponibile. Sarebbe stata  la prima volta che una giornalista della Rai partiva per un teatro di crisi.

Cominciai a trasmettere dal Canale di Suez, narrando i luoghi e la missione fino al golfo di Aden e poi verso Muscat in Oman, dunque  negli Emirati Arabi  e al largo del Kuwait. Sembrava che quell’area fosse diventata improvvisamente il centro del mondo: dalla redazione continuavano a chiedermi pezzi e non se ne parlava di tornare. Avrei capito al rientro le ragioni di tanto interesse: la presenza di una giovane giornalista tra le divise della marina militare aveva fatto colpo. La rassegna stampa che mi avevano conservato era imponente, gli indici di ascolto del Tg si erano impennati, ero diventata un caso.

Ne scrisse anche Giorgio Bocca in un editoriale su Prima Comunicazione, intitolato “La Tv dei cretini”. Il titolo esemplificava il suo punto di vista, ma era giunto a prendersela con la giovane donna, prima che con la collega. Chiamai il giornale e minacciai querela. Bocca mi mandò un biglietto di scuse scritto di suo pugno, che però mi apparve saccente. Giudicate voi: “ Mia moglie e mia figlia mi dicono che ho esagerato. Credo che abbiano ragione. Giorgio Bocca”.

Io gli risposi con una riga: “L’offesa è stata pubblica, servono pubbliche scuse. Carmen Lasorella”.

Prima Comunicazione mi chiese di pazientare, sul numero successivo avrei trovato una sorpresa. Il titolo era grosso, come la firma: “ Pubbliche Scuse”. Quando ne parlai di persona con Bocca, qualche tempo più avanti,  ci furono anche i sorrisi.

In quello scorcio degli anni 80 i Tg Rai e soprattutto il Tg2 incrociavano lo sguardo di giovani donne. L’accelerazione era venuta con Ghirelli. Alberto La Volpe avrebbe confermato gli spazi per le giornaliste. Nelle edizioni principali del Tg, Lorenza Foschini e Lilli Gruber, poi dal Tg3 sarebbe arrivata  Mariolina Sattanino. Nello stesso periodo in onda sul Tg3 Bianca Berlinguer e sul Tg1 Tiziana Ferrario.

Era un fenomeno nuovo per i media italiani, ripreso dai giornali di opinione e abusato dai rotocalchi, che creavano ad arte antagonismi e dilatavano il gossip. Erano state fino ad allora altre le protagoniste della Tv: volti, non firme. Fu una popolarità esagerata, che però funzionò da apripista per conquistare spazi di lavoro.

Personalmente, al Tg2 craxiano, per me che non appartenevo alla famiglia, la vita fu abbastanza dura. Conducevo il Tg, ero agli esteri, come avevo sempre sognato, ma non passava giorno che non dovessi ingoiare qualche boccone amaro e che non dovessi segnare il passo, mentre altri correvano in discesa. Non ero in quota, d’altra parte, come ho continuato a non esserlo, un’anomalia che ha il suo prezzo.

Sulla soglia degli anni ’90, Enrico Mentana, che aveva lasciato la Rai per lanciare la sfida delle news sui canali di Berlusconi, mi propose di affiancarlo nella nuova avventura. Era una proposta interessante ed era ottimo il contratto, ero tentata. Avrei avuto un ruolo di prestigio, guadagnando molto di più. Con Enrico, avevo lavorato bene, decisi di parlarne con il mio direttore, La Volpe e  chiesi un appuntamento al Cavaliere. L’uno, mi allettò a restare con l’impegno di maggiori spazi professionali,  (finalmente sarei stata promossa inviato speciale) l’altro migliorò solo l’offerta economica. Non ebbi dubbi.

Cominciai a seguire le crisi nel Corno d’Africa, che avrei continuato a raccontare negli anni successivi. Ho vissuto l’epilogo della Somalia di Siad Barre, documentando la fine di quel regime durato più di vent’anni e riuscendo poi ad incontrare il dittatore in una rocambolesca intervista nel cuore della savana: l’ultima volta in tv di Siad Barre. Nel giro di poche settimane, con l’operatore Romolo Paradisi saremmo stati poi l’unica troupe televisiva sulla scena di Addis Abeba, assediata dai fronti di liberazione, testimoni con Pino Josca del Corriere della Sera, della feroce battaglia finale per la conquista del Ghebì, che distava dal nostro hotel appena qualche centinaio di metri. Seguirono, l’Eritrea, Djibouti e dirimpetto lo Yemen, l’Arabia Saudita. Seguì ancora il Medioriente, la Siria e poi di nuovo tanta Africa, le Americhe, l’Asia. Ogni volta, dopo la cronaca,  i reportage. Ho avuto il privilegio di seguire le principali crisi della fine del XX secolo. Sono stati anni bellissimi e intensi, con la vita dentro i fatti, nelle differenze di culture e latitudini. In sostanza mondi paralleli, ma solo in apparenza lontani, segnati da profonde cesure e abissi disumani nei contrasti a tinte forti, marcati anche dalla fatalità, eppure capaci di esprimere testimonianze straordinarie e valori umani. Chi si spinge a considerare il giornalista che arriva sulle tragedie come un avvoltoio, pronto a spolpare le notizie, sceglie la deriva, coglie la patologia di un mestiere, che invece è stato interpretato e si può continuare a interpretare nel rispetto dei fatti e nel diritto/dovere di narrarli. E conta la conoscenza del passato per provare a capire il presente, con il beneficio del dubbio su ciò che appare, mentre le immagini, con la loro forza, aggiungono responsabilità al racconto, già che non vanno abusate e possono essere distorte, quanto alle voci e alle testimonianze, esalteranno la narrazione o le faranno da contrappunto, perché espressioni indispensabili di sentimenti e di opinioni.

Nel 1995, la mia vita di inviato, anzi direi la mia stessa vita, è stata interrotta da un attentato in Somalia.E mi era stato predetto.  Singolare coincidenza, l’uomo e il giornalista che ho sempre profondamente ammirato, Tiziano Terzani, pubblicava giusto nel 1995, “Un indovino mi disse”, una storia nata da una profezia ascoltata. Io invece alle parole di quell’uomo vestito di scuro, incontrato a piazza Navona nel 1974, non avevo dato alcuna importanza. Lui, con la mia mano tra le sue, mi aveva tracciato un futuro entusiasmante, nel totale scetticismo di chi come me cedeva alla curiosità di un chiromante per la prima volta.  Ma il viso di quell’uomo si era d’improvviso rabbuiato: “ ..appena prima di compiere i quarant’anni – aveva detto – capiterà qualcosa di tremendo nella sua vita, anzi, rischierà di perderla e altri la perderanno. Poi sarà durissima e lei rinascerà.”

A quelle parole non  pensavo affatto nei lunghi momenti in cui il fuoco incrociato degli assalitori ci teneva in ostaggio dentro una Land Cruiser non lontano dall’aeroporto di Mogadiscio, il 9 febbraio, a venti giorni dal mio compleanno. Nei 38 minuti, in cui Marcello Palmisano ed io, siamo rimasti vicini, accucciati tra quelle lamiere, erano altri i pensieri. E nel frastuono esterno, all’interno si dilatava il nostro silenzio per esorcizzare la paura.

Quando l’auto prese fuoco, raggiunta dalle schegge, chiamai Marcello, rompendo quel silenzio, perché oramai dovevamo solo precipitarci a uscire, la scoperta di un corpo inerte, nel sangue ovunque, è esplosa in un dolore fisico, nel pianto, nella disperazione.  

La cronaca successiva registra il mio sequestro di alcune ore, il recupero delle spoglie di Marcello, una rischiosa corsa al porto, il riconoscimento alla morgue e a seguire le inchieste della magistratura, ma soprattutto  il fuoco dei giornali italiani e le polemiche  in Rai, che sembrava volessero completare il lavoro dei cecchini somali.

Eppure, come aveva previsto quel chiromante nel ’74, ( un ricordo che continua a turbarmi, benché non abbia mai più rivisto quell’uomo, né sia mai più andata da un indovino)  le aggressioni non l’hanno avuta vinta. E poco importa che i toni si siano via via placati fino ad accordarsi in un peana – sia prima che dopo comunque fuori misura – per me conta l’aver ritrovato la voglia di andare avanti, dopo essermi guardata dentro e aver cambiato l’ordine delle mie priorità, quasi più forte di prima, di sicuro più consapevole di un vita in dono, da spendere tra gli affetti e nell’ impegno civile e professionale. Cominciava una seconda fase della mia vita.

1995-   Lascio il Tg2 e passo a RaiUno, dove conduco tre seconde serate per 18 settimane con un programma di cui sono autrice “Cliché” – i luoghi comuni della società italiana.

1996-   In primavera vengo nominata responsabile della Comunicazione Rai e assistente del Presidente, incarico che lascerò ad ottobre. In autunno torno ai reportage. Sono in Rwanda, Uganda, Tanzania, Zaire, dove realizzo “I Laghi del sangue” due puntate di approfondimento in seconda serata su RaiUno ( ospiti in studio + reportage) sulla crisi dei Grandi Laghi, dopo il genocidio del 1994.

1997-   In gennaio sono in Medioriente, in particolare in Israele, in Cisgiordania, a Gaza. Uguale la formula ( studio + reportage ) titolo del programma: “Il Sogno di Abramo”. In luglio sono ad Hong Kong per raccontare l’handover, ovvero il passaggio alla Cina dell’ex-colonia britannica. La seconda puntata del reportage: La sfida di Hon Kong si estende anche a Taiwan e a Macao.

1998-   Sono autrice e conduttrice del programma “primaDonna”, in seconda   serata su RaiUno. Dodici ritratti di personalità femminili italiane e straniere e dei mondi in cui vivono e lavorano. Tra le altre, la birmana Aung San Suu Kyi, la francese Martine Aubry, la figlia di Martin Luther King, Bernice, la vice-presidente iraniana Massoumeh Ebtekar. Tra le italiane, Emma Bonino ed Emma Marcegaglia.

1999-   Vengo nominata responsabile della sede di corrispondenza in Germania. Ho competenza anche sui paesi dell’est ( Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) e sull’Austria, dove si accende la stella di Jorg Haider. Ne parlerò oltre che nelle corrispondenze quotidiane, in un reportage per il Tg1, per il quale realizzo anche lo speciale “Il cielo sopra quel muro”, in occasione del decennale del 1989 e altri approfondimenti per “Frontiere” (Storia di un ex-criminale nazista, In viaggio sul Reno tra economia e costume, Ulrike Meinhof nel racconto di sua figlia). Resterò in Germania fino alla primavera del 2003.

2000-   Accetto volentieri la proposta della Regione Basilicata di studiare e realizzare a costo zero una campagna per la prevenzione delle patologie tumorali femminili. “Riguardati. Ti riguarda”. Lo screening ha successo.

2003-   Tornata in Italia, firmo per RaiDue il programma “Visite a Domicilio.” 140 puntate in onda nella fascia meridiana ogni settimana dal lunedì al venerdì. Si tratta di un’idea innovativa e low cost: portare il set sui luoghi, con una struttura snella( due troupe leggere con la conduttrice)per aprire il talk con gli ospiti non in un comodo studio, ma dove accadono i fatti. Si avvicendano personaggi, esperti, politici. Si alternano inchieste, storie, ritratti. Ogni giorno, per venti minuti al giorno. C’è il riscontro del pubblico, ma il programma non ha il gradimento dell’Azienda: vengo chiamata a viale Mazzini. Mi oppongo alla chiusura, pago spostamenti di orario penalizzanti, alla scadenza, resto senza lavoro e con otto chili di meno. E’ il mese di giugno del 2004. 

2004-2007-   Benché presenti innumerevoli proposte e progetti e porti la questione all’attenzione dei Consiglieri Rai, non ottengo incarichi. E’ un periodo di studi, di lezioni universitarie, di convegni, di saggi, ma anche di profonda frustrazione. Il caso finisce in Parlamento con un’interpellanza firmata bipartisan dalle due Camere. Non sono un’epurata politica, ma una professionista esclusa.   

2006-  Parto per il Libano in guerra. Per il programma “ La storia siamo Noi”, realizzo il reportage “ L’estate dei cedri”, che Minoli commenterà in studio.

2007-   Con la Regione Marche e la Confindustria di Ancona lavoro gratuitamente al progetto “Sensoriabilis”  nato per sostenere il turismo accessibile, soprattutto per le disabilità. Nasce il libro “Verde e Zafferano - a voce alta per la Birmania”, un esperimento di corrispondenza virtuale, grazie al Web, che racconta in tempo reale la protesta dei monaci buddisti contro la dittatura, ripercorrendo anche il lungo incontro con la leader birmana, Suu  Kyi, dieci anni dopo ancora agli arresti domiciliari.

2008-   Studio e giro la campagna per la Fidas Basilicata “Rossovita” mirata alla donazione del sangue. Mi decido ad avviare a un’azione giudiziale contro la Rai. Mi viene conferito l’incarico di Direttore Generale ed Editoriale della Tv di San Marino.

2008-2012-  Il progetto che appresto per la tv pubblica del piccolo stato realizza il totale rinnovamento della struttura: palinsesti, studi, adeguamento tecnologico, modelli organizzativi, sviluppo web, accordi internazionali.    A venti anni dalla sua fondazione, la tv sammarinese approda finalmente sul satellite e passa dal sistema analogico al digitale con propri mux sul territorio italiano a fronte di un budget rimasto sostanzialmente identico a quello del 2008.

2011-   Parto per Liberia per incontrare il Premio Nobel per la pace, Ellen Johnson Sirleaf, primo Presidente donna di una repubblica africana. In quel paese, la Sierlef ha creato un modello di sviluppo socio-economico d’avanguardia, superdando le barriere di genere e combattendo la corruzione. Al reportage segue un incontro alla Camera dei Deputati organizzato con il patronato del Presidente e con Giulia Bongiorno. La Liberia diventa un modello su cui riflettere.

2012-   Presiedo per il terzo anno consecutvo la giuria dei “Teletopi” il    riconoscimento che premia le migliori Web Tv italiane. Lo farò anche nei 3 anni successivi.

2013-   Ad aprile sono nominata dal CdA Rai, presidente di RaiNet. E’ un incarico che assumo con grande entusiasmo. Nel precedente impegno di direttore generale ed editoriale alla Tv di San Marino avevo sperimentato e sviluppato la dimensione Web della Tv. Se avevamo raggiunto dei magnifici risultati in quella piccola realtà, che al mio arrivo avevo trovato obsoleta e con un bacino di diffusione che arrivava a malapena a Rimini, in Rai avremmo potuto realizzare ben altro. Non avevo considerato, però, una cosa fondamentale: si cambia, quando si vuol cambiare…

2014-   La Rai chiude la società RaiNet e crea al suo posto Rai Com, ( Rai Commerciale) il cuore economico nuovo di Viale Mazzini, dove l’utente del servizio pubblico diventa cliente. Il personale di RaiNet e i suoi dirigenti, vengono collocati nell’area tecnica, alle dipendenze di un ingegnere. Avendo lanciato il progetto dell’alfabetizzazione digitale della Rai e avendo predisposto, su richiesta del Direttore Generale, un modello organizzativo per lo sviluppo dell’offerta digitale dell’Azienda, su presupposti editoriali, contesto una scelta che considero non in linea con l’impegno per il Web di un broadcaster pubblico. Contesto anche la mia collocazione, che vede un giornalista di chiara fama chiamato a fare il copia e incolla.

2015-  Dopo un matrimonio breve, sono separata da un anno. Il cielo è ancora scuro, ma lo spinge via la luce. E' la forza del nuovo giorno, è il principio di nuovi impegni, è la gioia di cominciare sempre, ad ogni istante. Come diceva Cesare Pavese: è bello vivere.